L’isola della Regina Irene

Autori: Stella di Luiso

 

Corradino era il re di Aresia. Quando salì al trono, il suo era un piccolo regno nel cuore del continente. Ma la sua sete di potere era enorme e ben presto trasformò tutta la popolazione in un unico grande esercito ben addestrato che gli permise di estendere i confini dello stato fino a formare un grande impero che lui comandava con mano autoritaria. Ormai pareva proprio che non ci fossero più terre da conquistare. Ma la sua sete non si placava:

«Trovatemi qualcosa perbacco» diceva ai suoi generali «o vi farò tutti impiccare» e quelli che, costernati, non sapevano proprio come fare a soddisfarlo, cominciarono a temere per le loro vite. Infine, uno di loro, che si dilettava di geografia, disse: «Beh, ci sarebbe forse l’isola della regina Irene»

«Dove?» lo interrogarono gli altri con un filo di speranza nella voce. Il geografo aprì il suo grande atlante e mostrò loro il luogo in cui si trovava. Era una bellissima isola, sperduta nella vastità dell’oceano, piena di boschi, pianure, colline e valli verdeggianti e arricchita da fiumi e ruscelli. Nella parte orientale sorgeva anche un vulcano che se ne stava quieto, senza fumare o borbottare.

«È la nostra unica speranza» osservarono i generali. Perciò cominciarono a preparare le navi e le armi per la spedizione. Re Corradino, quando ne fu informato, non riusciva a contenere la sua gioia e decise di indire, prima della partenza, una grande festa. Fu allestito un bel palco, dal quale con il suo seguito, in alta uniforme, osservò sfilare l’esercito per tre giorni interi. Lui avrebbe seguito l’evolversi della guerra dal suo castello, ben al riparo da ogni ostilità, perché le guerre, si sa, le proclamano i potenti, ma le fanno combattere alla gente comune.

Dopo una lunga navigazione le navi arrivarono nei pressi dell’isola di Irene. Già da giorni i pescatori avevano avvistato la grande flotta in avvicinamento e ne avevano informato la regina, che dette le disposizioni per l’accoglienza dei visitatori, non immaginando che avessero mire di conquista: in quel mondo la guerra era sconosciuta e gli uomini vivevano in pace tra loro e in comunione con la natura che li circondava. Fu preparato un grande banchetto di benvenuto, con musiche e canti, in onore degli ospiti. Tutto ciò riempì di meraviglia il cuore dei soldati di re Corradino che accettarono volentieri i doni e le feste che venivano loro offerti, dimenticando, sul momento, il motivo che li aveva spinti fino a quella sperduta isola. Ma la notte, si sa, porta consiglio e alle prime luci dell’alba cominciarono a bombardare le case degli irenei, ad affondarne le barche e a distruggere tutto ciò che si trovava sul loro cammino. La popolazione, sorpresa, ma inerme di fronte a quella violenza che le era estranea, fuggì a rifugiarsi nel folto delle foreste che costituivano il cuore dell’isola. I generali, felici di una vittoria così veloce, fecero subito costruire le baracche per lo stato maggiore, gli alloggi per gli ufficiali e montare le tende per la truppa. I dispacci, immediatamente inviati al re, annunciavano con enfasi la fulminea vittoria.

Ma fu la natura, a lungo vissuta in simbiosi col pacifico popolo della regina Irene, che decise di ribellarsi. I primi borbottii di disappunto partirono dal vulcano che cominciò a fumare per esprimere la sua contrarietà. Alla fine, eruttò una pioggia di fuoco che distrusse gran parte degli accampamenti, mentre una rovinosa frana si abbatteva sulla tendopoli. Per la prima volta impauriti, i soldati cercarono rifugio tra gli alberi, ma quelli sembravano vivi e molti restarono prigionieri tra i loro rami, mentre altri caddero in buche che all’improvviso si aprirono nel terreno. Ciò che restava del poderoso esercito tornò sulle navi che attendevano alla fonda. I nuovi dispacci, inviati al re, non furono più così entusiastici dovendo annunciare la strana situazione che si era venuta a creare. Ma Corradino non volle sentire ragioni: «Dovete vincere la guerra, non potete ritirarvi. Ve lo ordino».

Inviò quindi una nuova flotta navale, dotata di potenti cannoni e anche una squadriglia di aerei con l’incarico di cospargere di velenosi diserbanti la foresta in cui si erano rifugiati gli irenei e i cui alberi avevano avuto l’ardire di catturare i suoi addestratissimi ed eroici soldati.

Ma quando la nuova, potente e bene armata flotta giunse in prossimità dell’isola, si verificò uno strano fenomeno: il mare cominciò a ribollire e lentamente si materializzò una grande barriera corallina sulla quale, una ad una, si incagliarono le navi. Intanto in cielo, la squadriglia aerea inondò la foresta con una pioggia di defolianti, che cadeva piovosa sugli eroici alberi che avevano, in modo così deciso, difeso la propria terra. Ma stavolta furono le loro foglie che si opposero al devastante diluvio, restando con forza ancorate ai loro rami.

Insomma, non c’era proprio modo, con le armi convenzionali di Corradino, detto “Kill” perché amava solo la morte e la distruzione, di riuscire a conquistare quella straordinaria isola.

I generali chiesero quindi di poter parlamentare con la regina Irene, per discutere la resa.

«Dite al vostro re che le mie armi saranno sempre più potenti delle sue, perché gli uomini e la natura vogliono vivere nella concordia e nella serenità, lontano da ogni conflitto. Ditegli che mai potrà battermi perché io sono Irene e sono stata inviata sulla terra per portarvi la pace».

I generali parvero svegliarsi da un sogno, anzi dall’incubo in cui le parole del loro sovrano, inneggianti alla guerra, li avevano fatti precipitare. Si guardarono intorno e si accorsero della bellezza che li circondava, dello splendore del sole che illuminava tutto e della magnificenza della barriera corallina che, per incanto, era sorta a proteggere l’isola. Guardarono gli irenei, usciti dai loro rifugi nella foresta, cominciare a ricostruire le loro case e le imbarcazioni, li ascoltarono suonare e cantare per scacciare la paura che avevano provato. Capirono che anche il loro destino era cambiato, perché ora erano diventati gli ambasciatori di Irene e le promisero che avrebbero portato il suo messaggio ovunque nel mondo.

Quando, infine, tornarono ad Aresia furono convocati al cospetto del re.

«Siete degli incapaci» urlava Corradino «vi farò fucilare tutti».

«Fatelo sire, ma sappiate che il messaggio di cui siamo latori è assai potente e niente potrà fermarlo».

Queste parole lo fecero talmente infuriare che divenne tutto rosso, avrebbe voluto urlare per richiamare le sue guardie affinché li facessero scomparire dalla sua vista e li imprigionassero in attesa dell’esecuzione. Ma nessuna parola gli uscì dalla bocca, solo un suono inarticolato che fu l’ultimo che emise. Poi si accasciò al suolo, morto di crepacuore. Nel grande impero che aveva creato si diffuse velocemente il messaggio di pace della regina Irene. I popoli vinti ritrovarono la loro libertà. Aresia divenne nuovamente un piccolo stato e visse, da allora nella serenità e nella prosperità, divenendo anche un faro di arte e cultura per coloro che una volta aveva soggiogato con la violenza. Le armi, che un tempo l’avevano fatta potente, giacevano inutilizzate nei depositi dove si coprivano di polvere e ragnatele e nei porti le navi da guerra dondolavano dolcemente, ormai divenute il rifugio di grappoli di molluschi e di tanti pesci colorati.