PARLIAMO DI AUTISMO CON GABRIELE BALDO, PSICOLOGO E DOCENTE UNITN

Sono passati quasi cento anni dalla nascita di Franco Basaglia e quarantacinque dalla legge che
porta il suo nome. Molte cose sono migliorate dopo le sue riforme, ma tante altre – purtroppo –
restano ancora da fare. E a volte manca persino un elemento basilare, come il rispetto. Con questa
introduzione, vi presento lo psicologo e psicoterapeuta Gabriele Baldo, docente di counselling e
psicoterapia all’Università di Trento. Vista la sua esperienza lavorativa alla cooperativa Impronte di
Rovereto e all’ODFLab del Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’università,
approfondiremo il tema dell’autismo.
Entriamo subito nel vivo. Che terapia è prevista per una persona autistica con complicazioni
neurologiche?
Nei disturbi dello spettro autistico, ogni intervento psicologico, psicoeducativo, psicoterapeutico
e/o riabilitativo deve essere calibrato sull’età del soggetto, ad esempio coinvolgendo i genitori e gli
insegnanti durante l’infanzia e il periodo scolare. È importante che gli interventi non siano
finalizzati alla “cura” dell’autismo in sé, bensì all’attenuazione o alla gestione delle eventuali
compromissioni associate a questa particolare configurazione neurobiologica. Di conseguenza,
bisogna lavorare per fornire strategie a supporto della gestione autonoma delle attività
quotidiane, come il potenziamento delle abilità cognitive e delle funzioni esecutive, nonché per
aiutare la persona a riconoscere e a rispettare il proprio funzionamento e le proprie particolarità,
lavorando, quindi, sulla consapevolezza di sé. In molti casi, può essere utile anche un supporto
farmacologico per controllare le eventuali condizioni sintomatologiche co-occorrenti, come
disturbi d’ansia o condizioni depressive.
Che cos’è il “meltdown” e cosa bisogna fare quando si verifica?
Un meltdown è una sorta di “esplosione emotiva” successiva a un crescente accumulo di tensione
interna, di solito connessa a un eccesso di stimoli sensoriali o di altri elementi di stress che la
persona autistica fatica a filtrare e a regolare. Le persone che vivono l’esperienza del meltdown
devono essere innanzitutto aiutate a riconoscerlo e a non colpevolizzarsi. Inoltre, è importante
individuare e fornire delle strategie “personali” di prevenzione per proteggersi dalle situazioni
eccessivamente stressanti conoscendo e rispettando i propri limiti. Nei momenti di intensa
emotività, è opportuno lasciare alla persona il tempo di riprendersi, permettendo, e soprattutto
non interrompendo, l’attuazione di eventuali strategie compensatorie “spontanee”, come
movimenti ripetitivi, stimolazioni sensoriali, autoisolamento, eccetera. Può anche essere utile
chiedere direttamente alla persona come poter essere d’aiuto in quei momenti: cosa fare, cosa
non fare.
E in caso invece di “shutdown”?
Se il meltdown è una sorta di “esplosione emotiva”, lo shutdown può essere inteso come il suo
contrario, cioè un’implosione che porta la persona a “disattivarsi”, spegnersi, tanto da non essere
in grado nemmeno di parlare, pensare, interagire e reagire. Anche in questo caso, è fondamentale
non fare pressioni sulla persona, ad esempio sollecitandola a parlare e/o a interagire,

mantenendo, invece, un atteggiamento il più possibile calmo e razionale. Potrebbe essere utile
ridurre, ove possibile, le stimolazioni sensoriali, comunicando a bassa voce e con poche parole che
si è presenti in caso di bisogno. È bene, tuttavia, ricordare che ogni persona è diversa; pertanto, se
alcuni gradiscono il contatto fisico in quei momenti, altri non lo tollerano assolutamente.
Secondo lei, come si deve comportare davanti a una persona autistica chi non conosce questa
condizione?
È difficile dare consigli generici in questo senso, proprio per la diversità delle caratteristiche che
ogni persona autistica può presentare. Se dovessi fornire qualche indicazione di base, prima
ancora di proporre cosa fare, suggerirei di pensare all’autismo come a una differente modalità di
funzionamento mentale, soprattutto sul piano sociocomunicativo, cognitivo e sensoriale, e non
come a una patologia da correggere. Una persona autistica potrebbe comunque vivere una
condizione soggettiva di disabilità e aver bisogno di prevedibilità, strutturazione e stimolazioni
sensoriali non eccessive e socialità regolata in base alla capacità di gestirle a livello personale.
Potrebbero essere necessari momenti di “decompressione”, come l’esigenza di dedicarsi in
maniera focalizzata ad attività e/o ad azioni piacevoli che potrebbero sembrare – agli occhi di una
persona non autistica – eccessivamente ripetitive e persino bizzarre.
Parliamo di sensibilizzazione. Quali sono le azioni più urgenti da intraprendere?
Credo che sarebbe opportuno guardare all’autismo non solo da un punto di vista medico, ma
anche, e soprattutto, da una prospettiva socioculturale e fenomenologica. Noi addetti ai lavori
dovremmo fare più attenzione ai vissuti delle persone autistiche e alle loro narrazioni personali
rispetto al loro modo di essere-nel-mondo. Probabilmente andrebbero coinvolte di più anche nella
ricerca scientifica e persino nella formazione in ambito accademico. In altri termini, dovremmo,
quindi, parlare un po’ meno di loro e un po’ più con loro. Per quanto riguarda la sensibilizzazione
della popolazione generale, credo sia opportuno che non solo gli addetti ai lavori si aggiornino e
rivedano concetti, definizioni, modi di pensare, ma anche i media facciano uno sforzo in questo
senso. Infatti, sono ancora troppe le volte in cui si racconta l’autismo in maniera sbagliata, dal
pietismo nei confronti delle povere persone “colpite” da una tremenda malattia all’esaltazione
delle presunte genialità delle cosiddette “persone Asperger”.
A che età si comincia una terapia di solito?
Nello spettro autistico, una terapia – o un qualsiasi altro intervento di tipo “psi” – può cominciare
in qualsiasi momento del ciclo di vita, con obiettivi e metodi diversi a seconda della fase evolutiva.
Nonostante la letteratura scientifica evidenzi l’importanza della diagnosi precoce al fine di
sfruttare la plasticità neuronale per intervenire più efficacemente sulle eventuali compromissioni
associate, come il supporto alla comunicazione in caso di mancanza di linguaggio verbale, sono di
fatto sempre più frequenti le diagnosi e gli interventi in età adulta. A prescindere dall’età, è
fondamentale che l’intervento abbia inizio solo dopo un’attenta valutazione psicodiagnostica che
abbia indagato approfonditamente le caratteristiche neuro cognitive, sociocomunicative e
relazionali della persona autistica, nonché quelle personologiche in caso di adolescenti e adulti. È,
altresì, importante che il primo passo sia la creazione di una relazione di base per una buona
alleanza terapeutica e per la condivisione degli obiettivi del trattamento.
Spesso, quando si parla di autismo si sente parlare – anche con qualche dubbio – di ABA…

L’ABA (Applied Behavior Analysis) è un metodo di intervento scientificamente fondato di stampo
comportamentista. Lo scopo principale è quello di rendere il soggetto più adatto al suo ambiente
di appartenenza. In sintesi, consiste nell’incentivare i comportamenti ritenuti buoni e adeguati e
nell’estinguere quelli ritenuti “problematici”. I dubbi etici sul metodo ABA riguardano il rischio di
incorrere in un mero addestramento che appiattisce e svilisce le naturali sfumature
comportamentali delle persone autistiche, soprattutto se applicato da terapeuti poco formati e
poco aggiornati. Personalmente, ritengo che l’ABA non sia da demonizzare, ma che la sua
applicazione debba svolgersi all’interno di una cornice relazionale forte tra terapeuta e paziente.

precedente

successivo