Don Francesco Cristofaro: Un padre spirituale al passo coi tempi!

Parroco, teologo, scrittore, speaker radiofonico, youtuber: accanto al nome di don Francesco
Cristofaro di certo le etichette e i riconoscimenti, anche prestigiosi, non mancano. Eppure, la
prima cosa a colpire di lui, è la disponibilità che – unita alla semplicità e alla gioia di vivere – lo
rende un padre spirituale al passo coi tempi, capace di risvegliare in ciascuno di noi quei valori
cristiani e di coesione sociale che purtroppo, nella frenesia e nell’individualismo della vita
moderna, a volte vanno perduti. Don Francesco, 44 anni, è originario della provincia di Catanzaro e
il 9 aprile 2024 festeggerà i suoi primi diciotto anni di sacerdozio.
Don Francesco, da quattordici anni, lei è il parroco di Simeri Crichi (Cz). La sua, però, è una storia
particolare, cominciata con una paresi spastica alle gambe dalla nascita…
Sì, potremmo dire che la mia vita è divisa in due momenti. La prima fase, fino all’età di undici o
dodici anni, è stata caratterizzata dalla non accettazione della mia disabilità. La seconda, invece, è
iniziata con la graduale riscoperta della fede, che mi ha aiutato a fare ordine. I primi a rendersi
conto della mia diversità furono i miei genitori. A tre anni ancora non camminavo. Così
cominciarono i viaggi della speranza a Bologna e Milano a caccia di specialisti che potessero
aiutarmi. Mamma era arrabbiata con Dio, perché prima di me era nata una sorellina morta a
un’ora dal parto. E adesso questa situazione. Io, invece, ho capito che ero diverso quando gli altri
hanno cominciato a farmici sentire. Mi guardavano le gambe storte, sghignazzavano, mi
chiamavano poverino, dicevano che non potevo andare al fiume in bici, giocare con loro o
chiedevano alle rispettive mamme perché ero così. Era come se ci fossero due mondi: il mio, fatto
di arrabbiature e di giornate chiuso in casa. E il loro senza di me.
Ha mai pregato di guarire?
Eccome. Mi definirei un “ex disperato” tanto supplicavo la Madonna in tal senso. Una volta, la
guarigione la sognai addirittura. Così mi alzai, aprii l’anta dell’armadio con lo specchio e – vedendo
che la natura spastica era rimasta – mi arrabbiai con lei. Dissi che era una mamma cattiva perché
non aveva esaudito la preghiera di un bambino.
Poi, però, è arrivata la vocazione…
Sì. Avevo più o meno diciotto anni, l’età in cui si comincia seriamente a pensare cosa si vuol fare da
grandi. A quel tempo, mi ero riappacificato con la Chiesa. Frequentavo gli incontri di catechesi e
spiritualità e proprio lì avevo ricevuto l’esortazione a pregare perché «la messe è molta, ma gli
operai sono pochi». Sapevo quindi cosa fosse la vocazione e che, come cristiano, era mio compito
pregare affinché il Signore mandasse nuovi “operai” della fede, ma non pensavo che avrebbe
scelto proprio me. Al momento della chiamata, mi trovavo nel giardino di casa e avevo in mano un
libricino per la preparazione alla Prima Comunione. Leggendo le parole «prendete questo è il mio
Corpo e questo è il mio Sangue», sentii un brivido dentro il mio cuore. Istintivamente chiusi il

volumetto, alzai gli occhi al cielo e chiesi: Gesù, cosa vuoi da me? Poi ne parlai col mio padre
spirituale, che mi rassicurò e mi disse di affidarmi al Signore perché sicuramente mi avrebbe
mostrato la via da seguire.
A volte, preghiamo solo quando siamo in difficoltà o – viceversa – davanti alle difficoltà della vita,
ci arrabbiamo con Dio e perdiamo la fede. Come ha gestito il rapporto tra la vocazione e la
sofferenza, anche fisica, dovuta alla sua condizione?
La verità è che ricevere la vocazione non mi impedì di arrabbiarmi con Gesù, proprio come avevo
era successo con Maria. Avvenne poco dopo aver scelto di entrare in seminario. Quell’anno, avevo
fatto il catechista per la Prima Comunione. Quindi, a maggio, durante la celebrazione, il prete mi
chiese di tenere il calice col vino consacrato. Purtroppo, però, a causa delle mie gambe, persi
l’equilibrio, mi inciampai sul gradino dell’altare e caddi. Per fortuna, tenni stretto il calice e non
andò persa nessuna goccia del sangue di Cristo. La mia speranza, in compenso, si frantumò sul
pavimento. Perché Gesù mi aveva giocato quel tiro? Per sei mesi non andai più in chiesa e
cominciai a condurre una vita disastrosa. Prima portavo il crocifisso, ora indossavo amuleti e corni
rossi. Prima alle dieci di sera ero a letto, ora alle dieci uscivo e rientravo alle cinque del mattino
dopo. Ma il Signore, alla fine, mi reindirizzò. Abitando in una zona di mare, vedevo spesso i
ragazzini – e soprattutto le ragazzine – uscire di casa vestiti normali per poi entrare in pineta,
cambiarsi e truccarsi di nascosto. Insomma, perdersi, fare cose non adatte alla loro età. Pensai: ma
Lui mi ha chiamato per salvare i giovani e io cosa faccio? Nulla? A quel punto, una domenica
mattina, rientrai a casa, mi sistemai e andai dritto in chiesa, pensando che tutti mi avrebbero
accolto a braccia aperte. Il prete, invece, mi fece un gran rimprovero per ricordarmi che il
comportamento di chi riceve la vocazione dovrebbe essere improntato all’umiltà e allo spirito di
servizio. In quel momento, mi resi conto fino in fondo della preziosità della vita e smisi di pregare
per la mia guarigione fisica per concentrarmi invece nel portare avanti questa testimonianza
dell’importanza di andare avanti nonostante le avversità.
È per questo motivo che ama scrivere storie di speranza, come quelle raccolte nel suo ultimo
libro «La speranza che cerchi»?
Sì. Amo parlare delle persone che si sono trovate davanti a un muro altissimo nella vita e, anziché
mollare, hanno scelto di continuare. Poi affronto anche il discorso della misericordia, della
famiglia, del perdono e della preghiera. Insomma, temi spirituali che aiutino il lettore a meditare e
trovare spunti per il proprio cammino. Il nuovo libro in uscita a febbraio, invece, sarà dedicato a
Maria e parlerà di conversione e guarigione sui principali luoghi mariani.
C’è un Santo a cui si sente particolarmente legato?
Padre Pio. La prima volta che mi recai a San Giovanni Rotondo, piansi per quaranta minuti davanti
al suo ritratto. Ora gli affido i miei casi più difficili.
Lei è un prete social e conta un canale youtube da centodiecimila iscritti.
Siamo una grande famiglia. Ho sempre usato la tecnologia per avvicinare i fedeli. Poi durante la
pandemia ho deciso di spingermi oltre e ho cominciato a trasmettere tutti i giorni Rosari, messe,
catechesi, messaggi del buongiorno e della buonanotte. Volevo far capire che anche
nell’isolamento non eravamo soli. Penso che in fondo, essere cristiani significhi proprio questo.

Fare la differenza. Parlare, agire, esserci. Farsi luce nel buio del mondo. Portare misericordia, non
giudizio. Amore anziché odio. Pace al posto della guerra. E fratellanza, là dove c’è divisione.
Qual è il suo augurio per il 2024?
Una benedizione per tutti gli amici di questo bimestrale. Per le famiglie, le persone sole, gli
ammalati, i bambini, i giovani, gli anziani. Vi auguro di trovare, nel vostro cuore, pace, luce e
tempo da dedicare alle persone e alle cose importanti. Perché la vita scorre e non torna indietro!

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