I più fragili tra i fragili

Data: 12/02/24

Rivista: febbraio 2024

Categoria:Disagio e inclusione

Li chiamano i più fragili tra i fragili. Sono uomini, donne e bambini che, costretti in scenari di guerra, convivono con disabilità motorie, sensoriali o cognitive. Tra difficoltà economiche, maggiore isolamento e la mancanza di corridoi umanitari personalizzati, le situazioni di discriminazione e stigma aumentano drasticamente fino a tradursi in veri e propri atti di sopraffazione e violenza. Si stima ad esempio che alla fine del 2022 le persone con disabilità nella Striscia di Gaza, recente scenario della riapertura del conflitto israelo-palestinese, fossero 130.000 (MoSA) mentre OCHA stima che il 21% delle famiglie di Gaza abbia almeno un membro con disabilità e che il 9% includa almeno un bambino con disabilità in età compresa tra i 5 e i 17 anni. Con l’esacerbarsi del conflitto tra Israele e Palestina, secondo i dati riportati da Fish Onlus (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), le persone con disabilità nella Striscia di Gaza sono costrette a convivere con una media di 16 ore al giorno senza corrente elettrica, con il 97% di acqua contaminata e con una difficoltà concreta nel ricevere aiuto in loco o per scappare dal conflitto. A questo si aggiunge che il numero di persone con disabilità è in vorticoso aumento come principale conseguenza dei ferimenti provocati dalle operazioni militari, rendendo di fatto ancora più complesso l’accesso agli ospedali o alle cure assistenziali. Un report significativo in tal senso è quello riportato da Yousef Hamdouna, Responsabile dell’area EducAid per la Striscia di Gaza, attraverso cui, da una combinazione di metodologie quantitative e qualitative di raccolta dati, è stato possibile fotografare la condizione attuale delle persone con disabilità sfollate, analizzandone difficoltà e bisogni specifici (Rapid Need Assessment: “Condizioni e bisogni delle persone con disabilità nella Striscia di Gaza” Dicembre 2023). 

Dalla ricerca emerge che il 28,2% degli intervistati convive con almeno un familiare che ha acquisito disabilità durante gli attacchi e che ha di conseguenza dovuto far fronte ad una situazione complessa dal punto di vista materiale ed economico. A questo si aggiungono le difficoltà nelle evacuazioni. Solo il 2,7% afferma infatti di essere riuscito ad evacuare casa con l’assistenza di mezzi adeguati mentre il 61,8% afferma di aver evacuato con l’aiuto di uno o più familiari o il 35% senza alcuna forma di assistenza. Il 74% afferma inoltre di non aver potuto portare con sé i propri ausili e il 56,1% di vivere ora in spazi sovraffollati. Inoltre, dato preoccupante, quello del 29,1% che riferisce di aver subito e di subire ancora discriminazioni maggiori durante la ricerca di medicinali, forniture mediche, acqua, gas e altri beni di prima necessità. Quello che si registra, infine, è un peggioramento dello stato di salute e un aumento dell’isolamento dei soggetti con disabilità, che va ad aggravare uno scenario già segnato da una carenza di informazione sui servizi e le difficoltà economiche. «Tra gli elementi più importanti emersi durante i focus group – conclude nel webinar “Disabilità e guerra” della Fish Onlus del 18 dicembre Hamdouna – c’è quello che le persone con disabilità necessitano di una risposta umanitaria personalizzata (e non standardizzata) che prenda in considerazione i loro specifici bisogni». Scenario simile anche nei territori interessati da febbraio 2022 all’offensiva russa in Ucraina, dove i soggetti con disabilità faticano ancora ad accedere a cure assistenziali adeguate o, nei casi in cui riescano ad ottenerla, vengono allontanati in istituti residenziali lontani dalla loro casa e dai loro famigliari. Come sottolineato dall’ultimo rapporto di Amnesty International gli attacchi di Mosca hanno infatti messo in difficoltà il sistema sanitario ucraino già sovraccaricato anteguerra con circa 10 milioni di abitanti con più di sessant’anni (circa un quarto degli abitanti totali). Come spiega nel rapporto Laura Mills, ricercatrice dell’organizzazione internazionale: «Anche dopo essere stati sfollati in zone più sicure del paese, gli anziani, in particolari quelli con disabilità, sono costretti ad affrontare enormi difficoltà nel tentativo di ricostruirsi una vita dignitosa e sono costretti a lottare per accedere ad alloggi adeguati e a servizi di supporto e assistenza sanitaria». Oltre allo stress psicologico anche quello affettivo se pensiamo che, come riportato nel dossier, sarebbe sufficiente perlomeno per le persone con disabilità motoria, garantire delle rampe nei rifugi temporanei, così da permettere alle famiglie di stare insieme nonostante la guerra. Altro caso significato quello in Yemen, scenario dal 2014 del conflitto civile per il controllo del governo del paese. Secondo il report 2019 di Amnesty International l’inizio del conflitto armato ha comportato una drastica riduzione del numero di organizzazioni che forniscono servizi alle persone con disabilità (da circa 300 a 26) e diversi funzionari governativi del Ministero degli affari sociali e del lavoro hanno confermato all’organizzazione internazionale che il Fondo per l’assistenza e la riabilitazione per i disabili ha interrotto fino al 2017 l’erogazione di assegni a persone con disabilità nelle aree controllate dal governo, salvo poi riprenderlo ma in maniera del tutto irregolare. Altro caso eclatante la Siria, dilaniata dalla guerra civile da oltre 12 anni in cui, come indicato nel 2019 dallo studio di Humanity & Inclusion e iMMAP riportato da Amnesty International, oltre il 60% delle famiglie di rifugiati siriani comprende una persona con disabilità e oltre 1,3 milioni di persone vivono ancora ora con una o più disabilità nello stato. Dato interessante in tal senso è anche la sofferenza psicologica, registrata in Giordania dall’80% dei siriani feriti da armi esplosive causanti una disabilità. In ogni conflitto armato, in definitiva, a soffrirne di più è anche e soprattutto quella fascia ogni giorno invisibile di popolazione composta da persone con vulnerabilità e fragilità, che, come tutti, avrebbe bisogno di un rifugio sicuro, un’assistenza adeguata e una risposta oltre che umanitaria, umana.

Foto: Jet da combattimento Robert Warghon – Pixabay

 

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