Roberto Madinelli: «Il basket mi ha insegnato ad accettare gli altri e a distinguere i limiti che con l’impegno si possono superare da quelli coi quali bisogna imparare a convivere»

Data: 12/06/23

Rivista: giugno 2023

Categoria:Disabilità e sensibilizzazione

Roberto Madinelli, 32 anni, vive in provincia di Verona. Impiegato in una segreteria di reparto dell’ospedale cittadino, studia Scienze Politiche all’Università di Padova e due volte a settimana gioca a basket con l’ASD Albatros Trento al centro sportivo Manazzon. La società vanta un’esperienza pluridecennale nel campo dello sport per disabili ed è attiva in tutta la regione. Oltre alla squadra di pallacanestro, l’ASD Albatros ha una squadra di curling in carrozzina che si è già laureata campione d’Italia e nella quale militano giocatori di livello nazionale. In passato, inoltre, alcuni atleti che hanno praticato basket e curling hanno partecipato singolarmente a diverse edizioni delle paralimpiadi invernali.

 

Roberto, da quanto tempo pratichi questa disciplina e in che campionato militi ora? 

Gioco a basket dalla stagione 2004- 2005. Attualmente partecipiamo al campionato italiano di serie B, che è la divisione nazionale di secondo livello. Un aspetto interessante di giocare nell’ASD Albatros è il fatto che, un po’ per la posizione geografica di Trento e un po’ grazie alle esperienze internazionali dei nostri atleti, la società è riuscita a farsi conoscere al di fuori dei confini nazionali. Capita quindi abbastanza di frequente di essere invitati a tornei all’estero – proprio qualche mese fa abbiamo disputato un torneo a Valenciennes, in Francia, concluso con un buon terzo posto – e di poter ricambiare l’invito ogni volta che si presenta la possibilità di organizzare qualche competizione in casa. Le esperienze internazionali contribuiscono parecchio alla crescita di un atleta perché, nonostante la lingua del basket sia una sola, esistono molti modi di metterla in pratica. A livello societario, invece, il confronto con organizzazioni operanti all’estero è utile per esplorare metodi di gestione e organizzazione magari mai presi in considerazione. Personalmente, infine, sono sempre felice di poter rappresentare il mio Paese all’estero.

 

Qual è la soddisfazione più grande che hai e avete vissuto come squadra? 

Negli ultimi quattro anni mi sono dovuto fermare per due stagioni, e altre due le ho passate in un’altra società. Tornare a giocare a Trento dopo quattro anni e farlo su richiesta della Albatros stessa è stata una grande soddisfazione, perché credo che per un atleta la stima di ex compagni di squadra e avversari competa quanto a importanza con il raggiungimento di un traguardo sportivo. A livello di squadra, gli innesti effettuati dalla società negli ultimi anni e soprattutto in occasione della stagione appena conclusa ci hanno permesso di essere molto più competitivi rispetto alle stagioni precedenti e di dire la nostra contro qualunque squadra, comprese quelle che in questo periodo stanno giocando i playoffs che valgono la promozione in serie A.

 

Usciamo un momento dal campo e parliamo di accessibilità. A che punto siamo in Italia? 

Credo che il livello non sia bassissimo, ma che si possa comunque fare di più. Tolti i casi in cui l’accessibilità non è proprio possibile, penso che il limite più grande sia imposto da ciò che si è disposti a fare e quello che si ritiene sufficiente fare per dire di aver fatto qualcosa a favore dell’accessibilità. Per quanto riguarda l’aspetto più concreto, in alcuni casi è stato fatto molto per rendere accessibili, interamente o parzialmente, edifici e luoghi pubblici (amministrazioni locali, servizi, musei, teatri, scuole, palestre, spiagge, vie montane e via dicendo). Allo stesso tempo, però, alcune opere sono state realizzate rimanendo verso il minimo imposto dalle normative e/o senza considerare l’effettiva efficacia di quanto realizzato. Per quanto riguarda, invece, l’accessibilità intesa come incontro della società con la disabilità, purtroppo, molte volte l’enorme numero di iniziative informative e d’inclusione proposte si rivelano fine a se stesse.  Come se l’obiettivo finale fosse semplicemente avere la coscienza a posto.  Tornando all’ambito sportivo, credo che organizzare manifestazioni dedicate esclusivamente agli sport paralimpici o riservare loro un posto appartato senza cercare un coinvolgimento all’esterno abbia il risultato di attirare l’attenzione solo per un periodo di tempo limitato, quando va bene. Il problema di fondo è la considerazione che la società ha della disabilità: in molti casi questa è vista come una debolezza, e il disabile qualcuno di cui ci si deve occupare perché non ha i mezzi per condurre una vita “normale” o che si deve accontentare perché la morale lo impone. Purtroppo, tutto ciò è frutto della scarsa conoscenza della quotidianità della disabilità, tanto di ciò che in quanto disabili è effettivamente difficile raggiungere quanto di ciò che un disabile può tranquillamente fare autonomamente.

 

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi personali e sportivi? 

Ho da poco comprato casa, quindi l’obiettivo più importante a breve termine è dimostrarmi in grado di gestire la mia vita personale in maniera totalmente indipendente. E poi c’è il raggiungimento della laurea. Dal punto di vista sportivo, invece, la stagione appena conclusa è stata una delle più istruttive che abbia mai attraversato; quindi, in futuro cercherò di far fruttare tutte le nozioni apprese e le consapevolezze maturate per diventare un atleta e uno sportivo migliore.

 

Cosa ti ha insegnato il basket? 

Per una persona con la mia dose di agonismo praticare uno sport significa innanzitutto mettersi alla prova e dimostrarsi all’altezza di una sfida. Inoltre, dire che lo sport insegna a crescere non è una dichiarazione di facciata. Lo sport insegna innanzitutto ad accettare l’altro, che si tratti di un compagno di squadra, di un ufficiale di campo o di un avversario, ma insegna anche a riconoscere i propri limiti, a lavorarci e ad accettarli nell’eventualità in cui non si riesca a superarli.

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