Santi e vampiri… “Le avventure del cadavere”

Data: 01/08/08

Rivista: agosto 2008

Che mai può accomunare santi e vampiri al punto da spingere Carlo Drogheria, caporedattore di Questotrentino, a farli oggetto di una trattazione parallela? Ambedue si caratterizzano per la capacità di uscire in carne ed ossa, ad anni dalla morte, dai loro sepolcri per intromettersi nelle faccende quotidiane dei “veri” viventi. I primi sono “positivi”: aiutano i vivi, intercedono per conto loro presso Dio, li proteggono da pericoli e malattie (si pensi agli ex voto!). I secondi sono “negativi”: tormentano gli uomini, succhiano loro il sangue (la linfa vitale), portano malattie ed arrivano ad uccidere. In ogni caso, santi e vampiri sono esseri straordinari per i quali non valgono le leggi della Natura le quali impongono, con la morte, la cessazione di ogni funzione vitale e di relazione coi viventi. All’origine di questa qualità prodigiosa sta la plurimillenaria credenza popolare che certi defunti (e quindi in teoria ognuno di noi!) non muoiano del tutto, ma conservino una qualche forma di vitalità e contatto “post mortem”.

la copertina mostra la morte mentre entra dalla porta per colpire un signore su un letto con accanto un angeloSanti e Vampiri, Autore: Carlo Drogheria, edizione: Stampa Alternativa, 14 Euro

I santi, con i loro miracoli, appaiono presto nel panorama mistico del cristianesimo e vi restano per centinaia d’anni anche se, oggi, quella loro capacità sovrumana di negare la morte e di essere nostri benèfici custodi si è offuscata. Non vi sono più santi che da dentro il sepolcro cantano assieme ai fedeli durante una messa, né un San Filippo Neri che, denudato dopo morto, provvede ripetutamente a coprirsi da sé le sue vergogne; e ancor meno un San Roberto, che tenta di distruggere la propria tomba reclamando una sistemazione più dignitosa.

Dal canto suo, la leggenda del vampiro risale alla notte dei tempi, forse di origine sciamanica. Ha subito, nei millenni, modifiche e rielaborazioni ma la sua comparsa nell’immaginario di grandi folle dell’Europa occidentale risale alla fine del seicento. Vi era arrivata da quella dell’Est dove, più che una semplice saga, fu una vera e propria epidemia.

Con gran probabilità, il vampirismo fu un’interpretazione collettiva, quasi una leggenda metropolitana, messa in moto dalle cupe atmosfere di ignoranza, terrore e crudeltà che si respiravano negli sperduti villaggi di quell’area tra XVI e XVIII secolo (Dracula, i turchi, pogrom).

Ogni folklore ha ideato rimedi propri al vampirismo. Tra loro: paletti di legno di frassino da conficcare nel cuore, l’esumazione del presunto vampiro con cremazione, l’aglio come blanda misura precauzionale e ultima, ma non per importanza, la fede religiosa (la croce li mette in fuga) e una profonda rettitudine morale e di pensiero.

Santi e vampiri sono accomunati anche nell’uscita di scena. A fine ‘700, cinquant’anni di illuminismo e la rivoluzione francese metteranno in un angolo la loro credibilità. In pochi anni i primi finiranno relegati tra i fenomeni minori di una devozione che ha avuto una notevole importanza per la Chiesa nel suo rapporto con i fedeli. Dei vampiri, ultimo tentativo di dare linfa a una tradizione stregonesca millenaria, restano delle tracce nella festa di Halloween. L’usanza è nata dal convincimento che, nella notte del 31 ottobre, i morti vaghino per la terra con dei fuochi in mano alla ricerca di vivi da portar via: da qui la necessità di munirsi di una maschera orripilante e di una zucca intagliata alla finestra con un lume dentro per ingannarli e sottrarsi alla cattura.

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