Tre categorie di handicappati

Autori:Bugan

Data: 01/04/01

Rivista: aprile 2001

Nell’ultimo numero di pro.di.gio. avevamo parlato del termine “handicappato” prima dal punto di vista etimologico e poi avevamo visto come esso, nell’uso comune, categorizzi con diverse accezioni una persona affetta da uno svantaggio fisico o mentale.

Avevamo detto che il primo significato della parola “handicap” è ben lontano da quelli assunti in questi ultimi anni: offrire un premio di consolazione agli altri scommettitori meno favoriti dalla sorte.

Nella sua accezione originaria infatti esso sta per “svantaggio, ostacolo” oppure “inconveniente da compensare per mettere altri sullo stesso piano” e non “impedimento permanente o danno irreversibile”.

In altre parole nel significato originario l’handicap aveva la funzione di annullare uno stato di inferiorità, nel senso di indirizzare le energie per ristabilire le pari opportunità dando a tutti le stesse chances.

Assumere questa posizione significa innanzi tutto considerare l’handicap non come riferibile unicamente alla persona quanto piuttosto a una relazione, ad una situazione nella quale vi è per un soggetto un dislivello spesso insuperabile tra domanda di prestazione e capacità di risposta.

Da una minorazione non necessariamente deriva l’handicap bensì può derivare disabilità che tuttavia non è in sé fonte di handicap.

Soltanto quando la persona con minorazione e/o disabilità si trova in una situazione relazionale, o in una situazione in cui la richiesta di prestazioni è tale per cui non è possibile dare risposta, viene a crearsi una condizione di handicap.

Eppure il concetto che vede nel handicap una realtà dinamica, in movimento non è immediata perché il pregiudizio sulla sua “non modificabilità”, sulla sua realtà fissa e immodificabile.

Per cercare di far chiarezza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha messo a punto una classificazione internazionale, “International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps” (ICIDH), basata su tre fattori tra loro interagenti e interdipendenti: la menomazione, la disabilità e lo svantaggio.

Questa triplice articolazione mira a rendere definibili separatamente, ma in modo continuo ed in forma consequenziale, gli aspetti che di norma ricorrono in un processo invalidante e precisamente:

  1. la menomazione, con cui ci si riferisce a qualunque perdita o anormalità, transitoria o permanente, a carico di una struttura (compresi arti o tessuti) o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica. E’ un termine più comprensivo di disturbo, poiché riguarda anche le perdite: per esempio la perdita di una gamba è una menomazione ma non un disturbo;
  2. la disabilità, con cui si intende, nell’ambito delle evenienze inerenti la salute, qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano;
  3. lo svantaggio, al quale soltanto potrebbe a rigore applicarsi il termine inglese di handicap come difficoltà che il menomato o il disabile subisce nel confronto esistenziale con gli altri e nella realizzazione del ruolo sociale cui, in stato di normalità, avrebbe ragione di aspirare.

L’OMS definisce quindi come handicap quella condizione di svantaggio conseguente ad una menomazione o disabilità che in un certo soggetto limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per il soggetto in relazione all’età, al sesso e ai fattori socioculturali.

L’handicap è caratterizzato dalla discrepanza tra l’efficienza o lo stato del soggetto e le aspettative di efficienza e di stato sia dello stesso soggetto sia del particolare gruppo di cui egli fa parte.

Lo “svantaggio – handicap” deriva pertanto dalla diminuzione, o dalla perdita, della capacità di conformarsi alle aspettative o alle norme proprie dell’universo che circonda l’individuo.

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