UN ERRORE NON CI RENDE MENO UMANI

Un errore non ci rende meno umani
A.P.A.S. e la seconda opportunità per “chi sta dentro”
di Linda Turchetto

In Italia, una parte consistente degli arrestati in un anno (tra il 40 e il 60%) ha già alle spalle una precedente
condanna: si tratta cioè di soggetti recidivi. Ma tra i detenuti che lavorano, il tasso di recidiva scende al 2%.
Da chi è reso possibile a Trento? E in che modo?
Nella concezione moderna di giustizia penale, il concetto di finalità rieducativa del carcere ha guadagnato
sempre più terreno, specialmente nell’ambito delle cosiddette “misure alternative alla pena detentiva” che
potremmo definire come un ventaglio di servizi sociali e programmi di riabilitazione che mirano a trasformare
il reo, marchiato dallo stigma che lo disumanizza e lo etichetta come un mostro, in un membro della società
civile, in una risorsa, restituendogli la dignità che si merita.
In questo contesto, l'importanza del reinserimento sociale e lavorativo è cruciale. Offrire ai detenuti
un’opportunità di apprendimento e di formazione professionale che riduce sensibilmente il rischio di
recidiva, e contribuisce così alla sicurezza pubblica. Un individuo che rientra in società con un’occupazione e
una prospettiva di futuro è infatti meno incline a ripetere quegli errori che in passato l’hanno portato alla
detenzione.
Allo stesso tempo, la rieducazione e il reinserimento sono in grado di ridurre il sovraffollamento delle carceri,
problematica sempre più diffusa nel nostro Paese e che ha riguardato anche la Casa Circondariale di Spini di
Gardolo.
La finalità della pena non può quindi limitarsi alla privazione della libertà, ma deve abbracciare un processo di
trasformazione positiva, che coinvolga sì il detenuto, ma che confidi anche in un cambiamento di mentalità
da parte dell’intera comunità di riferimento.
A Trento dal 1985 ad occuparsi di questo tipo di percorsi di risocializzazione dei detenuti è A.P.A.S
(Associazione Provinciale Aiuto Sociale).
Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di conoscere la presidente Maria Coviello e il
direttore dell’associazione, Aaron Giazzon, che ci hanno raccontato che cos’è A.P.A.S e con quale finalità è
sorta. L’associazione nasce facendo leva su valori ben precisi e sulla convinzione che tutti si meritino una
seconda chance e che possano rappresentare ancora una valida risorsa, sia dal punto di vista lavorativo ma,
in senso più ampio, per l’intera società. In quest’ottica quindi, una delle attività principali dell’associazione
riguarda la predisposizione di un percorso orientativo al mondo del lavoro, che comprende servizi di ascolto e
informazione e, soprattutto di formazione ai prerequisiti lavorativi. A.P.A.S, dal 1997, dispone infatti di un
laboratorio dedicato a tutte quelle persone che necessitano di seguire un percorso di avviamento
professionale che consenta loro di potersi (re)inserire in un contesto lavorativo, una delle fasi più importanti
del reinserimento sociale in senso più ampio.
L’attività nel laboratorio si configura in un impegno di 30 ore settimanali ed è gestita e monitorata da un tutor
con l’ausilio di operatori e volontari. Quesata formazione permette, da un lato il potenziamento della
motivazione e dell’autostima e, dall’altro, il raggiungimento di un’adeguata preparazione per far fronte a
mansioni più impegnative.
A questo punto, di fronte ad un argomento così complesso come quello del reinserimento dei detenuti, la
domanda più ovvia è quale livello di apertura ci sia da parte dei datori di lavoro nei confronti dell’assunzione

di un ex detenuto. Aaron ci ha spiegato che negli ultimi dieci anni la situazione è cambiata radicalmente.
Oggi, per un pregiudicato, è più semplice di quanto possiamo immaginare trovare un’occupazione,
specialmente negli ambiti di lavoro che molti tendono a descrivere come “meno attraenti”: dalla ristorazione,
all’agricoltura fino a quello del confezionamento. Una delle maggiori complicazioni è data invece
dall’individuazione di un’abitazione, ossia la possibilità, per un detenuto, di riacquisire la propria autonomia
abitativa. Per questo motivo A.P.A.S possiede alcuni appartamenti che mette a disposizione dei soggetti che
beneficiano della misura alternativa o che hanno concluso il proprio periodo di detenzione e che scelgono di
iniziare un percorso di reinserimento sociale. Sono previste delle verifiche periodiche da parte dei volontari o
degli operatori dell’associazione, che si assicurano che la gestione domestica stia proseguendo nella maniera
più corretta.
In questi casi, come ci ha raccontato la presidente, il rapporto si basa su una salda fiducia tra detenuto e
associazione ma non sempre dà gli esiti sperati, come nel caso di quella volta in cui un detenuto che
alloggiava presso uno degli appartamenti A.P.A.S ha deliberatamente scelto di subaffittare l’abitazione,
facendovi accedere dei ragazzi, ignari di tutto e sorpresi dall’ispezione degli operatori.
Per coinvolgere, in qualche modo la comunità A.P.A.S. redige inoltre due diverse tipologie di periodici: Oltre il
Muro, scritto da volontari e operatori, e Non Solo Dentro, scritto dai detenuti e pubblicato su Vita Trentina. In
relazione a questo, a novembre, è stato avviato il progetto One Team della Dolomiti Energia, che vede come
protagonisti i ragazzi della Casa Circondariale di Spini e i cestisti di Aquila Basket, e che intende promuovere
lo sport, in particolare la pallacanestro, come sinonimo di rispetto e libertà, anche per chi ha commesso, in
passato, degli errori. Ultimamente, in occasione del Volunteer Day, alcuni detenuti del carcere hanno poi
incontrato e intervistato il cestista Prentiss Hubb e scritto un articolo per il prossimo Non Solo Dentro.
Ma questa non è l’unica attività che ha visto il coinvolgimento di altre realtà negli ultimi mesi: a dicembre i
ragazzi del carcere hanno messo in moto la loro creatività e dato vita a meravigliosi origami che sono stati poi
donati all’associazione Casa Padre Angelo, che si occupa di accogliere ed accompagnare mamme e bambini
in situazioni di difficoltà.
È quindi grazie anche al lavoro di associazioni come A.P.A.S. che, nonostante le innumerevoli sfide che un
settore come questo riserva, possiamo conoscere storie di successo che ci ricordano che il reinserimento è
possibile. L’esperienza di Pietro, un ex detenuto del carcere di Gardolo che ad oggi è un volontario, proprio
presso A.P.A.S., è un esempio del valore e dell’importanza di tutto questo.
In un mondo che spesso giudica senza cercare di comprendere, il reinserimento dei detenuti nella società è
una questione che ci interpella tutti: è tempo di andare oltre i pregiudizi e di dare una possibilità a chi cerca
sinceramente di riscattarsi. Dovremmo ricordarlo sempre: dietro ogni detenuto c’è un volto con una storia, dei sogni e delle aspirazioni.

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