Un grembiule rosso: Per un 25 novembre lungo tutto l’anno

Data: 01/12/23

Rivista: dicembre 2023

Porciano, frazione di Lamporecchio, provincia di Pistoia, 31 maggio 1886.
A una certa distanza dal paese scorre il torrente Rimaggio. Là, sul parapetto del ponte prospiciente
il vecchio mulino, quel giorno fu trovato, ripiegato, il grembiule rosso di Italia Donati, la maestra
del paese. Il suo corpo fluttuava tra le onde, le gonne appuntate con delle spille, strette alle caviglie
perché non si scomponessero, in un ultimo atto di pudore. Un suicidio? No, piuttosto
un’esecuzione, da parte di una società machista che l’aveva condannata a morte, senza appello. La
sua colpa? Essere una giovane donna e aver bisogno di lavorare per aiutare quella famiglia
poverissima che, su pressione di un insegnante che ne aveva intuito le potenzialità, le aveva, con
sacrificio, permesso di studiare fino al diploma. L’attività di maestra era, allora, uno dei pochi
lavori autonomi consentiti alle donne, anche perché la loro retribuzione era di un buon trenta per
cento inferiore rispetto a quella dei maschi, come se l’impegno e la fatica non fossero gli stessi, anzi
talvolta superiori, come nelle pluriclassi dei paesi, che tanto spesso venivano loro assegnate. Lo
stipendio, ai sensi della legge Coppino, veniva pagato dai comuni. Perciò, quando a Italia fu
assegnato il primo incarico a Porciano, dovette presentarsi al sindaco Raffaello Torrigiani, un ricco
possidente, conosciuto in zona per una moralità tutt’altro che specchiata. Viveva in una villa con la
moglie, l’amante e le loro due figlie, ma impose anche a Italia di soggiornare in una dependance
della casa, minacciandola di non rinnovarle l’incarico annuale, così come era successo alla maestra
precedente. La giovane dovette anche accettare di salire in calesse con la famiglia del primo
cittadino nei giorni di festa, mentre lui faceva intendere che fosse la sua nuova conquista, anche se
lei era sempre riuscita a evitarne le avance. Così cominciarono a correre i pettegolezzi che la
indicavano come “la terza donna del sindaco”. Con la scusa di una maggior vicinanza alla scuola, la
maestra riuscì, infine, a trasferirsi in una casa in affitto e a far venire presso di sé una figlia di suo
fratello, da usare come scudo alle maldicenze. Ma non bastò. In una lettera anonima, indirizzata a
un giudice di Pistoia, fu accusata di aver abortito un figlio concepito col sindaco. Le indagini non
trovarono prove e lei chiese di essere sottoposta a visita per provare la sua integrità. Ma non le fu
concesso. Fu accolta invece la sua domanda di essere trasferita, dal nuovo anno scolastico in
un’altra scuola, a Cecina, dove ricominciare daccapo. Ma, purtroppo, il vento della calunnia l’aveva
preceduta. Ricevette svariate lettere in cui la si diffidava dal presentarsi perché mai la comunità
avrebbe affidato i propri figli ad una svergognata come lei. Per lei fu il segnale che solo la morte
avrebbe posto fine al suo tormento e riportato l’onore alla sua famiglia. A testimoniare
l’infondatezza delle male voci fu l’autopsia, secondo cui la donna non aveva mai avuto rapporti né
abortito. La storia balzò agli onori della cronaca quando un reporter del “Corriere della Sera” si recò
sul posto e scrisse l’articolo “Le sventure di Italia Donati”. Fu aperta una sottoscrizione popolare
per pagare il trasporto della salma nel paese di origine. Al trasporto parteciparono le autorità e una
folla proveniente da tutta la Toscana. Circa ventimila persone, tra cui, con ogni probabilità, perfino i
suoi carnefici. L’atto estremo di Italia mise – e mette tutt’ora – l’accento su quante potenzialità e
capacità vengono sottratte all’umanità da quelle comunità che relegano le donne a un ruolo
secondario. Quante altre vittime devono ancora esserci per raggiungere la piena uguaglianza di
diritti e opportunità?

 

precedente

successivo