
C’è un mondo che si può immaginare insieme alle persone con disabilità
Di Paolo Fisichella
Cosa significa oggi parlare di disabilità in un mondo attraversato dalla crisi climatica?
Ne abbiamo parlato per il progetto ClimAlterati con Erika Moranduzzo, laureata in Legge e specializzata
in International Human Rights Law. Attualmente ricercatrice presso l’Università di Leeds in materia di
migrazioni ambientali è anche coordinatrice della sezione Clima e Diritti e advisor in materia di equità di
genere per Italian Climate Network (ICN).
– Secondo il tuo articolo uscito sul sito ICN (Disabilità e negoziati: un approfondimento – 26/01/2024)
«le persone con disabilità rappresentano circa il 16% della popolazione mondiale (…) la più ampia
minoranza ad oggi esistente. Tale gruppo sociale, insieme a donne, bambini e popolazioni indigene, è
tra quelli più sproporzionalmente impattato dal cambiamento climatico». Che immagine ci danno
questi dati rispetto alla situazione attuale e a cosa è dovuta concretamente questa sproporzione?
Intanto l’immagine che ne deriva è quella di un mondo molto iniquo e ingiusto, ancora profondamente
attraversato da disuguaglianze sistemiche e strutturali che fatichiamo a sradicare. Queste disuguaglianze
sono il frutto di storiche e persistenti gerarchie di potere che operano in modo intersezionale. Tra queste
c’è anche l’abilismo. È come se noi vivessimo all’interno di una casa che è stata progettata solo per il
vantaggio di chi l’ha costruita. Per questo la casa risulta non funzionale e non rispondente alle esigenze di
tutti. Da qui si è innescata una visione del mondo dicotomica tra abile e disabile che, escludendo tutti
coloro che abili non sono, trascura la varietà e la complessità della natura umana. A questo dobbiamo
aggiungere poi un ulteriore tassello: purtroppo la discriminazione non avviene mai in modo piatto e non
agisce mai per singolo atto o pregiudizio perché si pone in maniera intersezionale. Abbiamo quindi una
molteplicità di fattori discriminanti: classe, genere, razza e così via. In base alla mutevole configurazione
di questi fattori abbiamo diverse forme di oppressione e/o discriminazione. In questo contesto si pone il
cambiamento climatico. In sé stesso non è discriminatorio ma passando sotto qualcosa che già esiste lo
esacerba. In questo senso il cambiamento climatico può essere considerato un moltiplicatore di
discriminazione.
– La minoranza di persone con disabilità non ha ancora trovato uno spazio di “vera” inclusione nei
negoziati sul clima. Qual è il quadro normativo attuale a livello internazionale? A livello nazionale
esiste qualcosa a riguardo?
Dal punto di vista internazionale la normativa c’è. La Convenzione dei Diritti Umani delle persone con
disabilità adottata nel 2006 e creata con la collaborazione della comunità delle persone con disabilità
risponde specificamente alle necessità di queste persone. É una delle convenzioni più avanzate in assoluto
in grado di unire i diritti formali a quelli sostanziali. Abbiamo quindi un quadro normativo importante.
Anche se la convenzione non menziona direttamente il cambiamento climatico stabilisce che le persone
con disabilità abbiano diritto di inclusione a partecipazione in tutti i processi decisionali che li riguardano
e che coinvolgono il cosiddetto sviluppo sostenibile. La convenzione poi fa il paio con l’Accordo di
Parigi del 2015 che nel preambolo menziona i diritti umani e afferma che l’azione politica climatica deve
essere coordinata al rispetto, alla promozione e all’adempimento dei diritti umani delle persone, in
particolare delle persone vulnerabili come i disabili. Questo quadro giuridico vincolante per gli stati ci da
un terreno in cui muoverci. Cosa manca? L’implementazione. Dal punto di vista giuridico in Italia siamo
molto carenti perché pur dovendo già rispondere legalmente a quanto sottoscritto non abbiamo fatto
molto. Nel sistema italiano abbiamo delle leggi vecchie come la 104 o la legge 68/99 che danno ragione di
un quadro ancora frammentato e carente di un riferimento alle politiche climatiche.
A cosa pensi sia dovuta questa “cecità” rispetto ad una categoria così presente in Italia e nel
mondo?
Sicuramente in Italia c’è ancora l’idea di un modello medico in base alla quale la persona con disabilità
viene pensata come qualcosa di “rotto da aggiustare”. Questo modello distingue ancora tra menomazione
e ambito sociale. Non è la menomazione a rendere la persona disabile ma il rapporto tra questa
menomazione e la costruzione sociale che si crea attorno, fatta di stigmi. La barriera banalizza la persona
con disabilità “costruendola” agli occhi di tutti come semplice oggetto di carità e compassione. A questo
modello sociale la convenzione ha agganciato tutte le teorie dei diritti umani in cui il disabile viene
pensato come soggetto equipaggiato di diritti umani specifichi che sono strumenti di emancipazione e di
trasformazione sociale. In Italia però siamo ancora lontani da tutto questo perché ancora troppo ancorati al
modello medico. Dobbiamo lavorare molto per decostruirlo.
– Credi che le persone con disabilità in Italia ad oggi abbiamo una reale consapevolezza attorno a
questo tema? Ci sono alcuni paesi in cui vi è una maggiore attenzione?
Nascendo in un sistema abilista la persona con disabilità si vive e di percepisce come fuori posto. Non ci
deve stupire che la persona disabile non abbia una consapevolezza diversa perché lui stesso rischia di
vedersi come oggetto di compassione e carità. Nascendo in un sistema abilista si rischia di interiorizzare
l’abilismo. Alcuni paesi europei riescono a piazzare più risorse ma siamo ancora molto lontani da un vero
e proprio sradicamento della dicotomia abile/disabile. Una curiosità è che un paese particolarmente
attento a questo e con politiche estremamente sviluppate si ha nell’Oceano Pacifico nella Repubblica di
Vanuatu per una serie di dinamiche interne.
– Quali potrebbero essere i concreti scenari futuri attorno al tema della disabilità e il cambiamento
climatico? Ci sono delle prospettive positive dal punto di vista legale e normativo?
La crisi climatica può indurci verso due strade: o non si farà niente e questo significherà perdite di vite e
conseguenze impossibili da definire oppure, in un’ottica propulsiva questa crisi diventerà un’occasione
per reimmaginare tutto. La giusta transizione alle rinnovabili dovrà considerare la sfida sociale. C’è un
mondo che si può immaginare insieme alle persone con disabilità a cominciare dalla rappresentanza nei
negoziati sul clima.
Alcuni estratti di questa intervista sono parte della mostra di ClimAlterati, un progetto nato da un gruppo
di giovani di Servizio Civile Universale Provinciale di Trento interessati ad indagare come il cambiamento
climatico influisce sulle fasce di popolazione più vulnerabili. La mostra è finanziata da Fondazione
Caritro, nell’ambito del bando GIC – Giovani Idee per la Comunità. I partner del progetto oltre a
PRODIGIO sono CCI – Centro per la Cooperazione Internazionale, CAM – Consorzio Associazioni con il
Mozambico, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, CSV Trentino, Università di Trento, MART,
MUSE. Con il supporto di WeWorld Onlus.
Non hai ancora visto la mostra? Niente paura, Hai ancora tempo! Qui nella locandina i prossimi
appuntamenti.