
di Ambra Proto
Quando parliamo di paralimpiadi facciamo riferimento ad un tempo lontano, ma non troppo,
di cui adesso racconteremo. Tutto ebbe inizio dall’intuizione di un neurologo tedesco di
nome Ludwig Guttman, il quale decise di inserire lo sport all’interno del percorso di
riabilitazione dei soldati mutilati durante la Seconda guerra mondiale. Da questo episodio,
nel 1960 grazie all’amico italiano Antonio Maglio, Guttman fece in modo di far gareggiare
alcuni atleti mutilati all'interno delle Gare Olimpiche di Roma. Tuttavia, solo qualche anno
dopo, queste gare vennero soprannominate Primi Giochi Paralimpici, fino ad arrivare in
Svezia, quando nel 1976 si svolse la prima vera gara paralimpica.
Il perché si chiamino Giochi Paralimpici è molto interessante; il nome deriva dal fatto che,
queste gare, sono parallele ai giochi olimpici ed anche il simbolo che le rappresenta
differisce da quello delle Olimpiadi. Non più cinque colorati, ma tre agitos – dal latino “io mi
muovo” – di vari colori: blu, rosso e verde.
Nel tempo le paralimpiadi hanno destato via via maggiore interesse tanto che, quest’anno,
gli atleti che vi hanno partecipato sono stati ben 4400. L’importanza di tali gare è innegabile,
non solo per il valore che rappresentano per ciascun atleta che vi partecipa, ma anche e
soprattutto per la loro capacità di sensibilizzare la collettività rispetto al tema della disabilità e
allo sport legata a quest’ultima.