
Non si guarisce fuori dal proprio mondo
Storie di fragilità, ascolto e ripartenza. Intervista a Rodolfo D’Agostini
di Emily Orlando
Negli ultimi anni il disagio psicologico degli adolescenti è emerso con una forza che non può più
essere ignorata. Autolesionismo, depressione, crisi comportamentali e solitudine raccontano un
malessere profondo che interpella famiglie, scuola, servizi e comunità.
In Trentino, il Centro Crisi Adolescenti di Arco rappresenta una risposta innovativa e necessaria a
questa emergenza, offrendo uno spazio di cura pensato specificamente per i giovani nei momenti
più acuti della sofferenza.
Ne parliamo con Rodolfo D’Agostini, medico psichiatra, che ci accompagna dentro il senso di
questo progetto e in una riflessione più ampia sulla salute mentale delle nuove generazioni.
Dottor Rodolfo D’Agostini, ci racconta chi è e quale percorso l’ha portata oggi a lavorare con
gli adolescenti in Trentino?
Sono un medico psichiatra. Sono cresciuto a Borgo Valsugana, dove ho studiato fino ai 18 anni, e
ho poi frequentato la facoltà di Medicina a Verona. Tre anni fa ho scelto di tornare in Provincia per
lavorare con gli adolescenti, una fascia d’età che oggi esprime un bisogno di ascolto e di cura
sempre più urgente.
Com’è nato il progetto? Perché?
Il Centro Crisi Adolescenti di Arco è il Centro provinciale dell’Azienda Sanitaria Universitaria
Integrata del Trentino (ASUIT) dedicato a giovani di età compresa fra i 12 e i 24 anni in stato di
acuzie psicopatologiche.
Il progetto è stato voluto dalla Provincia Autonoma di Trento e dall’ASUIT alcuni anni fa per creare
un posto che fosse specificatamente dedicato e specializzato per le particolari necessità di Salute
Mentale di questa fascia d’età. Negli ultimi dieci anni si è assistito a livello mondiale, nazionale e
provinciale a un significativo incremento del malessere giovanile con soprattutto manifestazioni
quali autolesionismo, tentativi suicidali, crisi comportamentali che spesso necessitano del ricovero e
una concomitante anticipazione dell’insorgenza di queste manifestazioni.
Fino all’inaugurazione del Centro a luglio 2025, così come nella maggior parte delle regioni
italiane, non esisteva un reparto specificatamente dedicato e in caso di necessità i pazienti erano
ricoverati nel reparto di Pediatria o, quando non opportuno per caratteristiche ambientali, nei reparti
di Psichiatria assieme agli utenti adulti. Entrambe queste situazioni avevano tuttavia dei limiti.
Da qui il progetto di azienda. È stato poi scelto, per le caratteristiche dell’utenza, di creare un centro
che fosse extraospedaliero, nel centro cittadino, con un’équipe multiprofessionale che risponda in
maniera olistica ai bisogni sanitari, psicologici, sociali, riabilitativi ed educativi dei giovani.
Come ci si può rivolgere a voi? Vengono spontaneamente o vengono portati da un genitore o
parente?
Il centro talvolta viene confuso con una comunità o un poliambulatorio specialistico. L’accesso
avviene in situazioni di emergenza-urgenza dopo una valutazione specialistica di un medico
psichiatra o neuropsichiatra in uno dei Pronto Soccorsi dei presidi Ospedalieri territoriali.
Il Centro è infatti una struttura per le crisi acute che si occupa di accoglimenti brevi (in media 12
giorni) volti a disinnescare la crisi, comprendere le cause del malessere, progettare assieme ai
Servizi territoriali (psichiatria, neuropsichiatria, psicologia clinica, serd, servizi sociali, scuole) i
possibili percorsi di cura, motivare al percorso e quindi restituire al tessuto sociale di appartenenza
dove la vera cura può avvenire. Non si guarisce fuori dal proprio mondo.
La metafora che mi piace usare è quella del ricovero al Centro come una pausa ai box in Formula
uno. Un team di meccanici che nel più breve tempo possibile rimettono a posto e fanno
rifornimento alla macchina per permetterle di tornare a correre e giocarsi il Gran Premio.
Ci sono molti giovani che vivono la depressione. Sono aumentati negli ultimi anni secondo te?
Perché?
Si! Come accennavo, i dati epidemiologici internazionali, nazionali e locali mostrano chiaramente
che negli ultimi dieci-quindici anni vi è stato un serio e progressivo peggioramento nella Salute
Mentale dei ragazzi. Questo già da prima della pandemia che ha poi fatto da ulteriore detonatore.
Le motivazioni sono molteplici e affondano in aspetti socio culturali prima ancora che medico-
sanitari. Sicuramente la trasformazione del modello famigliare classico e le difficoltà del mondo
della Scuola, le due grandi istituzioni all’interno di cui si sviluppava il passaggio dall’infanzia
all’adolescenza, hanno un ruolo significativo. Un altro elemento importante, spiegato molto bene
nel libro dello psicologo americano Jonathan Haidt “La generazione ansiosa”, è quello della
rivoluzione digitale e di come ha impattato e sta impattando sul modo di educare i ragazzi, sul loro
modo di giocare, relazionarsi e sperimentarsi.
Ci troviamo con la prima generazione di genitori che ha vissuto la transizione dall’analogico al
virtuale. Genitori dei primi nativi digitali. Il tutto senza avere istruzioni per l’uso. Solo negli ultimi
anni ci si sta finalmente interrogando sui rischi e si parla dei primi “Patti digitali” e limitazioni
nell’uso del telefono a scuola.
Non si tratta di rimpiangere il passato ma di conoscere benefici e rischi. E’ ormai per tutti accettato
che l’automobile è un mezzo indispensabile ma che per guidarla è necessaria un’età minima e una
patente. Non faremmo guidare un bambino di 5-6 anni anche se gioca con le macchinine fin da
piccolo. Perché dovrebbe essere così diverso con uno strumento così potente come lo smartphone?
È un libro che mi sento di consigliare anche ai “non addetti ai lavori” per gli spunti di riflessione
che porta e per i consigli che suggerisce.
Che tipo di disagi i giovani affrontano e quali sono le cause principali? Cos’è la depressione?
Negli ultimi anni c’è stata una particolare psichiatrizzazione del linguaggio comune per cui termini
tecnici sono spesso abusati o travisati.
Ormai non c’è più nessuno triste, siamo tutti “depressi”. Ogni esperienza negativa è “un trauma”.
La normale tensione per una verifica è diventata “ansia o panico”. E qualsiasi persona che ci delude
è “un narcisista”. Credo
La depressione in psichiatria, al pari di altre malattie in altre branche, è un quadro patologico
definito che si caratterizza per riduzione o aumento significativo dell’appetito e del sonno, perdita
di iniziativa, di energia, di interessi, della capacità di provare piacere, vissuti negativi e
sproporzionati di colpa, rovina. Trova delle risposte farmacologiche e psicoterapiche di cui
conosciamo l’efficacia.
I quadri degli adolescenti con cui ci troviamo a lavorare sono in genere più complessi, eterogenei,
dinamici e multifattoriali. Sono più l’espressione di uno “smarrimento del vivere”, una difficoltà nel
tollerare le sofferenze emotive, la solitudine, l’incertezza di un’autostima in costruzione che
l’adolescenza ha sempre comportato, una difficoltà che però nel venire meno di indicazioni,
istruzioni e contenimenti assume manifestazioni più estreme e pericolose come l’ideazione
suicidale, l’autolesionismo, l’isolamento, il ricorso a sostanze o comportamenti come tentativi di
automedicazione che poi inducono dipendenza.
Quali sono le attività che fate con i ragazzi e quali secondo voi funzionano maggiormente?
L’elemento più comune a tutte queste manifestazioni è un’autostima fragile e una difficoltà nel
riconoscere, esprimere e gestire gli stati emotivi che in questa età sono particolarmente cangianti e
travolgenti. Per questo la risposta deve essere multiprofessionale e basarsi su interventi differenziati
ed eterogenei.
Il percorso di cura è come una camminata in montagna: faticoso. I farmaci non sono LA soluzione
ma degli strumenti. Sono come delle buone scarpe tecniche. Nessuno affronterebbe una camminata
in montagna a piedi nudi. Bisogna farsi consigliare, trovare il numero giusto, provarle, abituarcisi
un po’. Ma comprare le scarpe non è sufficiente.
È utile una guida come uno psicoterapeuta per avere qualcuno che ti indica la strada, che ti motiva
quando sei demoralizzato dalla stanchezza e ti sprona e che ti consiglia quando è il momento di
fermarti per riprendere fiato.
È bene avere delle informazioni sulla strada, sui posti dove potrai fare sosta e sulle risorse che puoi
trovare lungo il tragitto.
È bene che qualcuno ti insegni a camminare sulle salite e nelle discese perché anche se può
sembrare scontato non lo è.
Quindi i nostri interventi sono medico-infermieristici, psicoterapici, sociali, riabilitativi ed
educativi. I ragazzi al mattino fanno i colloqui medici e psicologici. Il pomeriggio interventi
educativi e riabilitativi attraverso momenti più strutturati ma anche attraverso il gioco e
l’espressione artistica (pittura, musica, improvvisazione, scrittura).
La scrittura in particolare è uno strumento particolarmente efficace. Nell’atto di narrare a qualcuno
o scrivere prendiamo le distanze dall’intensità emotiva e questo permette nel descriverla di
scoprirla, maneggiarla, comprenderla e regolarla.
Per questo, con la preziosa collaborazione della Prof.ssa Maria Micaela Coppola del Dipartimento
di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento teniamo dei laboratori di medicina
narrativa.
Come ti senti quando vedi un ragazzo stare meglio?
È un po’ come nel momento del volo nel libro “Storia di una Gabbianella e del gatto che le insegnò
a volare di Sepulveda: noi ci siamo nel momento in cui cadono, si convincono di non potercela fare,
sono arrabbiati con sé stessi e con mondo, dicono di non volerci più provare. Accogliamo la loro
rabbia, medichiamo i tagli, motiviamo. Poi spiccano il volo e noi ricominciamo con qualcun altro
che è caduto.
Spesso ci perdiamo i momenti in cui volano leggeri, i sorrisi, le cose belle, le soddisfazioni ma
sappiamo che ci sono e tanto ci basta perché ne valga la pena.
Qual è l’invito si sente di fare a chi teme di non farcela?
A volte ci si perde a guardare la cima della montagna affastellando pensieri: la cima è troppo
distante, non ci arriverò mai, chi me lo ha fatto fare… Iniziate il cammino e ricordatevi di godere
del paesaggio. È la vostra strada.