
Orietta Bertò, cuore e passione sul ghiaccio
Dall’incidente al sogno paralimpico: nel curling la forza di ricominciare
Resilienza, passione, coraggio e voglia di ricominciare.
La storia di Orietta Bertò, atleta trentina di curling in carrozzina, è un racconto di rinascita in cui gli ostacoli diventano opportunità e lo sport apre nuove strade quando la vita cambia improvvisamente direzione.
Orietta ci apre le porte della sua vita e del suo percorso umano e sportivo, dimostrando come anche le difficoltà più grandi possano trasformarsi in occasioni per ripartire con una forza che spesso non si immagina di avere.
Dal primo approccio al curling, nato quasi per gioco, fino ai Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, il suo è un viaggio di sfide determinazione e passione.
INTERVISTA
Walter Facchinelli
Chi sei e come sei arrivata allo sport paralimpico?
«Sono Orietta Bertò, atleta paralimpica di wheelchair curling da circa dieci anni. La mia disabilità è nata da un incidente stradale mentre scendevo da Andalo insieme a mia sorella. Posso dire di essere qui grazie alla tempestività dei soccorsi che ci hanno raggiunte subito, a loro devo davvero la vita.
All’inizio non è stato semplice, ma ho trovato la forza di reagire grazie alle persone che mi sono state accanto, in particolare Diego Lazzeri il mio fidanzato di allora, che poi è diventato mio marito, e la mia famiglia. In certi momenti scopri dentro di te una forza che non pensavi di avere.
Piano piano la mia vita è ripartita, ho ripreso a lavorare, sono andata a vivere da sola, mi sono sposata. Poi è arrivato lo sport, che ha cambiato il mio percorso e mi ha regalato nuove opportunità. Sentivo il bisogno di fare attività fisica e così ho conosciuto Il Periscopio di Pergine, dove si praticava anche handbike. Lì ho incontrato Paolo Ioriatti, il mio compagno di squadra che mi ha avvicinato al curling.
All’inizio il curling era quasi un gioco, perché l’idea di passare tanto tempo sul ghiaccio non mi entusiasmava. Poi però l’atmosfera del palazzetto, gli allenamenti e il confronto e l’amicizia con altre persone in carrozzina che vivevano esperienze simili alla mia mi hanno conquistata. Quel gioco si è trasformato in una vera passione, mi ha aiutata a crescere come persona e vivere meglio la mia disabilità.
Essere un’atleta paralimpica significa vivere un sogno che non avevo nemmeno immaginato. Abbiamo iniziato a giocare a livello amatoriale, poi i primi campionati, la Nazionale e infine la convocazione per le Paralimpiadi. Quando è arrivata la chiamata è stata un’emozione grandissima perché non era affatto scontata, c’era una selezione tra dodici atleti ed era molto competitiva. Oggi essere qui al villaggio paralimpico, e viverlo insieme alla squadra, è davvero un sogno che si realizza».
Qual è stato il vero punto di svolta del tuo percorso sportivo?
«Sicuramente la medaglia di bronzo ai Mondiali in Corea. In quell’occasione abbiamo preso consapevolezza delle nostre possibilità come squadra. Ci siamo confrontati con nazioni molto forti e abbiamo capito di poter competere a quel livello. Da lì è cambiato anche il nostro approccio, ci siamo allenati con più determinazione e abbiamo iniziato a credere davvero che traguardi come le Paralimpiadi fossero possibili».
Nel curling in doppio gareggi con Paolo Ioriatti. Come nasce la vostra intesa?
«Il curling è nato un po’ per caso. È stato proprio Paolo a spingermi a provare questo sport: un giorno mi ha detto, “Dai, vieni a giocare con noi, vedrai che ci divertiamo”. Ho accettato e da lì è iniziato tutto. Ci siamo conosciuti nel 2014 e l’anno dopo abbiamo iniziato a giocare insieme, prima con l’Albatros Trento e poi in Nazionale. Dal 2020 siamo una coppia fissa nel double mix. Sul ghiaccio ci completiamo, io sono la “precisa” della squadra, lui ha una grande visione tattica e strategica».
Qual è stata la difficoltà più grande da affrontare nello sport?
«Il percorso di un atleta paralimpico non è mai semplice. Ci sono momenti e sconfitte difficili da accettare, ma è proprio lì che trovi la forza di reagire e non mollare. Ricordo la partita ai Mondiali in Corea in cui ci giocavamo la finale per l’oro o l’argento. È stata una gara difficile e, scendendo negli spogliatoi, ho capito che dovevamo lasciare quella delusione alle spalle, andare avanti e giocarci la gara per il bronzo e così è stato».
Cosa significa rappresentare l’Italia ai Giochi di Milano Cortina 2026?
«Indossare la maglia della Nazionale è un’emozione grandissima, un mix di gioia, orgoglio e responsabilità. Rappresentare l’Italia e il mio Trentino nei Giochi di casa è qualcosa di unico, ti senti parte di qualcosa di più grande e sai che devi dare il meglio di te, giocando sempre al massimo delle tue possibilità. La cosa che mi rende più felice è vedere l’entusiasmo del pubblico, ogni partita viene vissuta insieme ai tifosi fino all’ultimo. Se anche solo una persona in carrozzina si avvicinasse allo sport grazie alla nostra esperienza, sarebbe già una vittoria».
Che consiglio daresti a un giovane con disabilità che vuole avvicinarsi allo sport?
«Direi di iniziare il prima possibile. Io non l’ho fatto, a quei tempi a Villa Rosa lo sport non era facilmente accessibile. Oggi invece è un punto di riferimento paralimpico e avere lo sport a portata di mano è importantissimo per chi affronta la riabilitazione. Il Comitato Italiano Paralimpico organizza giornate in cui si possono provare tante discipline diverse, è un’arma vincente per ritrovare fiducia e riprendere in mano la propria vita».