
Sport oltre le sbarre
Voci dal carcere: lo sport tra libertà, quotidianità e possibilità di cambiamento
In occasione dei XIV Giochi Paralimpici Invernali Milano-Cortina 2026, evento che ha celebrato lo sport come spazio di inclusione, dignità e pari opportunità, la rivista pro.di.gio ha scelto di ascoltare una voce spesso poco rappresentata, quella delle persone detenute.
All’interno della Casa circondariale di Trento, due persone detenute hanno accolto la proposta di riflettere sul suo significato dello sport in un contesto di privazione della libertà. Attraverso queste domande abbiamo chiesto di raccontare, in prima persona, cosa significhi vivere lo sport in carcere, quali benefici produce, quali ostacoli esistono e quale valore può assumere nel percorso umano e sociale di ciascuno.
Che cosa significa per voi praticare sport all’interno del carcere? È solo attività fisica o rappresenta qualcosa di più nella vostra quotidianità?
Dab (uomo 42 anni): Praticare sport in carcere è un momento di libertà, di gioia e di distrazione dai pensieri. È un momento che cambia la routine quotidiana in modo positivo. Peccato che siano poco frequenti questi momenti.
Ico T. Kaos (uomo 42 anni): Sì, ovviamente è una attività fisica che si ripercuote sulla salute fisica ma che ha influenze anche sulla psiche dell’uomo. È una vera e propria valvola di sfogo.
In che modo lo sport incide sul benessere personale e sull’equilibrio emotivo durante la detenzione? Avete notato cambiamenti nel modo di affrontare le giornate e le difficoltà?
Dab: Quando gioco torno ad essere libero, mi immedesimo in un campetto assieme ai miei amici provando solo gioia e felicità. Grazie a quell’ora riesco ad eliminare le tossine in eccesso e quasi a ripartire.
Ico T. Kaos: È quasi superfluo soffermarsi sugli effetti dello sport in generale in quanto oltremodo noti. Ma qui dentro ha altre peculiarità che dipendono dai singoli: c’è chi lo usa come “riempitivo”, come mezzo per far trascorrere le interminabili giornate; chi lo usa come distrazione dai pensieri, perché fare attività fisica impegna anche il cervello; infine c’è chi lo usa come mero allenamento.
Lo sport può diventare uno spazio di relazione e di inclusione? Raccontate se e come favorisce rispetto reciproco, collaborazione e senso di comunità.
Dab: Durante una partita di qualsiasi sport si deve giocare in gruppo e non singolarmente, in quanto il gruppo può vincere, il singolo sicuramente perde. Vincere piace a tutti quindi il gruppo creato diventa sempre un buon gruppo.
Ico T. Kaos: Certamente sì. Lo sport comporta la condivisione di obiettivi e sforzi e “costringe” gli atleti a provare gioia e tristezza per gli stessi avvenimenti. Trovarsi in squadre composte da persone di estrazione estremamente variegata (culture, religioni, usi, livello di istruzione ecc.) abbatte barriere e supera i pregiudizi, realizzando legami umani difficilmente raggiungibili in altri contesti.
Quali ostacoli e limiti incontrate nella pratica sportiva in carcere e cosa potrebbe migliorarla? Strutture, accessibilità, opportunità, varietà delle attività.
Dab: Dovrebbero esserci più opportunità settimanali di poter praticare sport sia all’interno che all’esterno ed inoltre trovare il modo di fare anche diverse tipologie di sport. Facendo sport si consumano molte energie negative.
Ico T. Kaos: Qui si apre un mondo, ma sarò breve portando solo alcuni esempi. Tanto per cominciare si potrebbero organizzare le fasce orarie per le sezioni in maniera più efficiente. Spesso le ore da poter dedicare allo sport coincidono con i turni previsti per usufruire della biblioteca, con il lavoro o, peggio, con i colloqui con i parenti e i cari.
La palestra è attrezzata con macchinari obsoleti e, soprattutto, consente l’ingresso (teorico) di sole 5 persone alla volta. Ogni sezione ha a disposizione 6 turni settimanali della durata di un’ora. Premesso che non sarebbe assolutamente sufficiente, anche volendo dedicare una sola ora settimanale all’allenamento, una sezione da 45 persone ha a disposizione solo 30 slot utili, decretando implicitamente che 15 persone non hanno diritto alla palestra.
Un programma di allenamento valido prevede, mediamente, tre ore a settimana pro capite. Ossia, per soddisfare le esigenze di una sezione occorrerebbe un monte settimanale di 135 ore, mentre oggi ammonta a meno di un quarto.
Guardando ai valori delle Paralimpiadi – resilienza, pari opportunità, dignità – in che modo lo sport può contribuire al percorso di reinserimento e cittadinanza?
Dab: Innanzitutto lo sport unisce sempre le persone di ogni tipo di età, razza ed etnia facendole comunicare e andare d’accordo. Questo è un ottimo esercizio per il reinserimento in comunità.
Ico T. Kaos: A mio avviso lo sport potrebbe essere inserito in un circuito virtuoso per la concessione di privilegi o misure alternative, oppure nel percorso di rieducazione e reinserimento, semplicemente organizzando tornei o eventi in ambienti controllati ma che vedano come attori anche persone esterne al carcere, in modo da testare – magari come step terminali della rieducazione – le reali interazioni dei detenuti con la società esterna.
C’è un momento o un’esperienza sportiva vissuta in carcere che porterete anche fuori?
Dab: Porterò sempre con me i vari modi di giocare delle persone che ho conosciuto e affrontato durante le varie partite.
Ico T. Kaos: Sono molti, troppi da poter narrare, ma tutti inerenti momenti d’aggregazione e amicizia, come avviene regolarmente al di fuori di un carcere.