(anche questa) È VIOLENZA

(anche questa) È VIOLENZA
Valeria Alpi racconta il suo libro: tra disabilità e violenza di genere

Di Ambra Proto

La giornalista e formatrice Valeria Alpi racconta alla redazione di pro.di.gio. l’importanza
della sensibilizzazione rispetto al tema della “violenza di genere e disabilità”. Lo fa in
un’intervista esclusiva, nella quale ci parla del suo ultimo libro pubblicato nel 2024 e
intitolato “La voce a te dovuta. Donne con disabilità e violenza di genere”. Partendo
dalla propria esperienza la giornalista da voce a molte delle persone che negli anni si
sono occupate e si occupano di questo argomento, facendo luce su temi che troppo
spesso rimangono invisibili.

Nel libro “La voce a te dovuta”  parli di violenza di genere e disabilità, partendo da
esperienze personali. C’è stato un momento nel quale hai capito che fosse necessario
scrivere di tutto questo? Hai avuto timore di qualcosa?

Mi occupo da dieci anni di violenza di genere intrecciata alla disabilità; quindi, prima di
tutto ho sentito necessario unire in un unico testo tutto quello che in questi dieci anni è
stato portato avanti da varie associazioni sul territorio, trattando anche le tematiche
che sono state scritte in numerosi articoli da tante persone diverse in questi anni.
Finora era stato tutto frammentato in più luoghi e in più occasioni, soprattutto in tanti
convegni. Convegni peraltro rivolti sempre a un pubblico già interessato alla disabilità,
mentre con il mio testo volevo raggiungere anche persone che magari non hanno mai
conosciuto una persona disabile in vita loro. Mi è venuto quindi naturale pensare subito
anche alla mia esperienza personale, perché io stessa ho faticato a riconoscere le varie
forme di violenza che esistono, oppure io stessa ho avuto pregiudizi quando mi sono
state raccontate forme di violenza verso donne con disabilità. Volevo mettere
totalmente in gioco anche il mio vissuto sia come donna disabile sia come
professionista, per mostrare ai lettori che è un tema su cui ancora tutti navighiamo a
vista. Abbiamo bisogno di formarci e di parlarne, certo, ma da qualche parte occorre
iniziare perché è un tema necessario.

Attualmente quali sono i servizi specifici presenti nel nostro territorio e com’è
possibile migliorarli secondo te?

Le esperienze che conoscevo direttamente le ho raccontate nel libro, anche attraverso
lunghi lavori di intervista con le operatrici dei vari sportelli antiviolenza. In particolare,
posso citare Differenza Donna di Roma e lo sportello CHIAMA chiAMA di Bologna, nato
dall’unione di MondoDonna e Aias. Queste esperienze sono particolarmente
interessanti perché hanno saputo fare rete tra chi si occupa da sempre di violenza di
genere e chi si occupa di disabilità, coinvolgendo anche le stesse donne con disabilità.

Quando il libro era già in stampa, a Catania è nata un’altra esperienza di unione tra un
centro antiviolenza e un’associazione che si occupa di disabilità visive. Mi piacerebbe
che da questo libro in altri territori venissero “copiate” esperienze simili e mi
piacerebbe venire a conoscenza di buone prassi che già esistono ma che non conosco
ancora.

Nella stesura del libro hai incontrato persone accoglienti rispetto al progetto, oppure
al contrario hai avuto difficoltà nel fare comprendere l’impatto e l’importanza dello
stesso?

Innanzitutto, la casa editrice la meridiana, con cui abbiamo questa collana editoriale
da anni, ha subito creduto molto nel progetto e ha voluto fortemente questo libro. Mi
hanno anche lasciato carta bianca sulla scrittura che ho scelto di tenere, ovvero tutta
in prima persona. Inoltre, le associazioni che ho contattato e che da anni lavorano su
queste tematiche sono state contente dell’iniziativa. Anche loro in questi anni hanno
prodotto tanti materiali e partecipato a tanti convegni, ma sono state contente di un
prodotto unico che raccolga un po’ le fila di tutto.

Non è consuetudine sentir parlare di violenza di genere e disabilità. Secondo te si
ha paura di affrontare l’argomento o si fa fatica a capire cosa è violenza e cosa
invece è, purtroppo, prassi comportamentale?

Ci sono ancora due questioni irrisolte nella nostra società: innanzitutto si pensa spesso
che la violenza contro le donne sia determinata da azioni, comportamenti, vestiario
delle donne stesse. Quindi non si pensa che la donna con disabilità possa attrarre su di
sé una violenza di questo tipo che è legata anche all’attrazione, alla sessualità, alla
femminilità. E qui veniamo al secondo punto: chi ha una disabilità, per la nostra
cultura, non ha un genere, non è un uomo o una donna, è solo una persona disabile.
Quindi la donna con disabilità viene esclusa da tutto quello che riguarda il suo genere,
violenza compresa. La violenza invece è una dinamica di potere e di controllo che
coinvolge chiunque quando in una relazione, di qualunque tipo, uno dei due vuole
prevalere sull’altro. Inoltre, ci sono dinamiche specifiche di violenza sulle donne con
disabilità, che non vengono riconosciute agli occhi di tutti come forme di violenza,
perché come dici tu sono prassi comportamentali in qualche modo accettate o ritenute
accettabili. Una forma di violenza molto grave, ad esempio, ma alla quale non si pensa
mai, sono gli ambulatori ginecologici; per una donna disabile è difficilissimo trovare in
Italia un lettino ginecologico adattato e personale preparato. Questo perché, come
dicevo prima, la donna disabile è esclusa dalle tematiche femminili e della sessualità;
quindi, sicuramente non avrà un compagno o una compagna, non farà figli eccetera.
Ma la visita ginecologica non accessibile è una gravissima violazione del diritto alla
salute e alla prevenzione, diritti che sono sanciti dalla Costituzione.

Se ci sono, quali sono i tuoi progetti futuri rispetto al tema?

Lo dico con grande sincerità: sono stanca di parlare di queste tematiche solo tra
associazioni ed educatori che già si occupano di disabilità, perché ce la raccontiamo
sempre fra di noi ma il tema non esce dal discorso disabilità. Invece è un tema che può
essere interessante per chiunque, il libro è scritto appositamente in maniera narrativa
per non essere pesante e poter raggiungere quante più persone possibili. Sto quindi
lavorando con centri antiviolenza che finora non si erano posti la questione delle donne
disabili e sto cercando di organizzare incontri pubblici, come nelle biblioteche, in modo
da parlarne anche senza gli esperti del settore. Mi piacerebbe raccogliere altre
testimonianze, fare una mappatura più approfondita.

Che consiglio dai a che ha timore di parlare delle proprie difficoltà a riguardo, in
quanto spaventata dal giudizio?

Sappiamo bene che questi timori ci sono anche per donne senza disabilità, come
sappiamo purtroppo tante donne non arrivano alla denuncia. Per una donna disabile è
un po’ più complicato perché con la denuncia si può rischiare di perdere il o la
caregiver, e poi c’è tutta l’inaccessibilità fisica e/o comunicativa dei centri antiviolenza.
Molto spesso non c’è solo la paura del giudizio, come per altre donne, ma l’incapacità
di riconoscere la violenza, perché molte donne con disabilità hanno meno possibilità di
fare rete e confrontarsi con altre donne su questi temi. Purtroppo, non ho un consiglio,
oppure ho un consiglio molto banale, che è quello di parlare con chiunque si abbia
vicino della violenza subita; quindi, si può chiedere aiuto al proprio assistente
domiciliare, o al proprio educatore, all’assistente sociale, o a una parente, agli amici,
allo psicologo se si ha, a un volontario, a un infermiere, insomma a chiunque si possa
intercettare durante la propria quotidianità. Il fenomeno della violenza alle donne con
disabilità è ancora oggi molto invisibile, ma può diventare visibile solo grazie
all’empowerment delle stesse donne con disabilità.

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