
Cadere, rialzarsi, tornare a volare
La seconda vita sulla tavola di David Lombardi
INTERVISTA
Marta Sala
Puoi presentarti ai lettori e raccontarci chi sei?
«Sono David Lombardi, nato il 10 febbraio 1990 a Riva del Garda, dove vivo ancora oggi con la mia compagna Manuela e il nostro piccolo Logan, nato il 2 gennaio 2026. Oggi sono un atleta della nazionale B di snowboard. La mia vita ha avuto una svolta improvvisa nel 2014: a Dro, mentre guidavo il mio scooter, un’auto in sorpasso mi ha travolto cambiando completamente il mio percorso di vita. Prima dell’incidente vivevo di sport e di velocità. Gareggiavo nel longboard, una tavola da skateboard più lunga e stabile pensata per le discese veloci. Con quella tavola sotto i piedi affrontavo strade di montagna e partecipavo a gare in tutta Italia.
Dopo mesi di ospedale e il risveglio dal coma mi dissero che ero diventato Campione Italiano di Longboard 2014. Non ho mai capito se fosse una bella o una brutta notizia: da una parte il coronamento di anni di impegno, dall’altra il titolo di una carriera che sembrava finita.
Nell’incidente ho perso la gamba destra sopra il ginocchio. Oggi gareggio nello snowboard con una protesi sportiva che sostituisce ginocchio e caviglia con due ammortizzatori capaci di assorbire urti e movimenti. Quando sono al cancelletto di partenza sento ancora la stessa adrenalina di allora. È quella sensazione che mi ha riportato su una tavola, per dimostrare prima di tutto a me stesso che potevo farcela».
Come è iniziato il tuo percorso nello snowboard e cosa ti ha spinto a continuare?
«Dopo l’incidente ho scoperto il wakeboard, uno sport sull’acqua molto simile allo snowboard. Per praticarlo ho costruito una protesi artigianale progettata da me, usando una sospensione da bicicletta per assorbire i movimenti. Con il tempo i video delle mie sessioni hanno iniziato a circolare e ho incontrato Emanuele Pagnini, pluricampione mondiale di sitting wakeboard e oggi grande amico. È stato lui ad aprirmi le porte delle competizioni.
All’inizio ho gareggiato nella categoria stand up adattivo, vincendo il Campionato Italiano.
Successivamente mi sono avvicinato anche al sitting wakeboard e ho partecipato a competizioni internazionali, conquistando un bronzo e un argento e prendendo parte ai mondiali in Inghilterra.
Proprio in quel periodo, parlando sui social con una ragazza appassionata di sport, è tornato fuori il discorso snowboard. Mi disse che l’allenatore della nazionale era proprio dalle mie parti. Così ho contattato Igor Confortini, che allenava a Folgaria. Dopo un provino è iniziata la mia avventura nello snowboard. Negli anni successivi ho partecipato anche a gare dei Campionati del Mondo, portando a casa soprattutto esperienza e motivazione».
Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato e come sei riuscito a trasformarla?
«La sfida più grande è stata accettare la mia nuova vita dopo l’incidente.
Per circa due anni ho vissuto quasi chiuso in casa. Evitavo gli sguardi delle persone e uscivo solo per visite e controlli. Non riuscivo ad accettare la mia nuova identità. Avevo fatto una promessa a me stesso: sarei rinato solo quando avrei indossato la protesi e recuperato la mia indipendenza.
Sono stati anni duri, in cui ho toccato davvero il fondo e ho visto da vicino la depressione. Ho perso relazioni e amicizie e spesso mi sono sentito solo. Ma proprio quel periodo ha cambiato tutto. Il giorno in cui ho iniziato il percorso di protesizzazione è stato come l’inizio di una seconda vita.
Guardando indietro oggi capisco che non è stato il momento in cui la mia vita si è fermata, ma quello in cui è ricominciata».
In che modo il supporto di allenatori e strutture sportive ha reso possibile il tuo talento?
«La determinazione è fondamentale, ma da sola non basta.
La prima persona che mi ha sostenuto è stata la mia compagna Manuela, con cui ho condiviso le prime uscite sulla neve. È stata lei ad aiutarmi a credere davvero nelle mie capacità.
Grazie a lei sono riuscito anche a entrare in contatto con Mike Schultz, medaglia d’oro paralimpica nello snowboard cross e creatore della protesi sportiva che utilizzo oggi.
Un ruolo importante lo hanno avuto anche la Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici e il Comitato Italiano Paralimpico, che permettono agli atleti di allenarsi e crescere.
Ma conta molto anche il sostegno delle persone che incontro sulle piste: maestri, allenatori e appassionati che condividono consigli e discese. Perché il talento diventa qualcosa di concreto quando incontra persone che credono in te».
Cosa significa per te superare i limiti nello sport e nella vita?
«Per me superare i limiti significa cambiare il modo in cui li guardiamo.
Per una persona con disabilità spesso i limiti più grandi non sono fisici, ma legati all’accessibilità e alle strutture. Per superarli servono anche persone e comunità che credono in te. Per il resto, però, molti limiti sono più superabili di quanto pensiamo. Lo snowboard per me ne è la prova: qualcosa che poteva sembrare impossibile è diventato naturale. Alla fine superare i limiti significa arrivare alla sera sapendo di aver fatto un piccolo passo in più rispetto al giorno prima.
Il messaggio che mi sento di dare è di non aspettare di sentirvi pronti o perfetti. Fate sempre il primo passo. Molto spesso scopriamo i nostri limiti solo quando iniziamo ad affrontarli».
David Lombardi
“non aspettate di sentirvi pronti o perfetti. Fate sempre il primo passo”
Oggi David continua a sfidare le piste con la stessa passione di sempre.
Accanto allo sport ci sono anche l’amore della sua compagna Manuela e la gioia del piccolo Logan.
La sua storia ricorda che i limiti non sono sempre dove pensiamo che siano.
A volte iniziano a dissolversi proprio nel momento in cui troviamo il coraggio di fare il primo passo.
Grazie David, e buona vita.