
Quando il disturbo diventa voce
Il percorso di Dana Topliceanu contro il DOC
Organizzare i libri per colore, ordinare la casa in modo maniacale, lavarsi le mani continuamente. Questi sono solo alcuni degli stereotipi associati al Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), una patologia psichiatrica poco conosciuta e fortemente stigmatizzata. Per chi ne soffre le giornate sono scandite da pensieri intrusivi costanti a cui si associano compulsioni o gesti rituali. «Ma tanto siamo tutti un po’ DOC» si legge spesso sui social. Frasi come questa portano a sminuire una condizione che ostacola la vita quotidiana e che, se non trattata, può arrivare a conseguenze molto gravi. Esiste però l’altra faccia della medaglia quando si parla di social e comunicazione. Un esempio è la pagina Instagram di Dana Topliceanu, la giovane influencer ha trasformato la propria esperienza con il DOC in un progetto di aiuto concreto, una piattaforma online che orienta le persone verso percorsi terapeutici adeguati.
INTERVISTA
Ilaria Tonini
Dana Topliceanu quando hai capito che quello che provavi non era “solo ansia”, ma qualcosa che ti segnava profondamente ogni giorno?
«Soffrivo già di ansia da tempo, con attacchi di panico annessi. Però, quando c’è stato l’esordio del DOC, ho capito subito che ci fosse qualcosa di diverso, perché è stato come se il disagio e il dolore fossero portati all’estremo. Stavo male durante tutta la giornata e non riuscivo più a trovare pace. Con il DOC all’inizio il tema era esistenziale, poi il focus si è spostato sulla relazione. A quel punto mi sono sentita costretta a chiedere aiuto, perché il disturbo aveva smesso di riguardare soltanto me, ma anche il mio partner. Le ossessioni mi hanno fatto credere di non essere più innamorata di lui. Prima ho provato a trovare delle risposte online, poi ho chiesto aiuto a una dottoressa. È stato un vero atto di fiducia in me stessa e in quello che stavo provando».
Arrivare a una diagnosi è stato un sollievo, uno shock o entrambe le cose? Cosa ha significato per te dare un nome a ciò che stavi vivendo?
«Per me è stata la liberazione più grande dopo tutti quegli anni di dolore. Prima mi sentivo matta. Ricordo che andai dalla dottoressa, dicendole che pensavo di essere proprio impazzita. Lì scoprii che si trattava di disturbo ossessivo compulsivo. Dare un nome a come mi sentivo mi ha fatto sperare che quel dolore fosse risolvibile. Il problema non ero io».
Oggi, a distanza di anni dalla diagnosi, come convivi con il DOC, ti senti “fuori dai criteri diagnostici” o preferisci parlare di equilibrio e gestione consapevole?
«Oggi mi sento di poter dire di stare bene. Non mi capita più di avere ossessioni né di dover mettere in atto compulsioni. Può succedere di sperimentare dei pensieri intrusivi, ma questi di per sé li abbiamo tutti. Mi rendo invece conto di sentire, a volte la necessità di avere tutto sotto controllo, forse per timore. Insomma dopo quattro anni di terapia ci sono alcune cose che, fortunatamente, adesso si sono risolte, altre invece no».
Che ruolo hanno avuto la tua famiglia e le persone vicine nel tuo percorso? Ti sei sentita compresa e supportata?
«All’inizio è stato difficile. Andavo dalle mie amiche e dicevo che non capivo se amavo il mio fidanzato oppure no. Mi veniva risposto che erano domande “normali”, che tutti si fanno. Pensavano fossi un po’ ipocondriaca. Nessuno mi credeva, tranne il mio ragazzo. È stato davvero brutto. Oggi, col tempo e grazie alla divulgazione che faccio sui social, sono riuscita a farmi capire».
Da questa esperienza è nata Doctore, una piattaforma che tratta il disturbo ossessivo compulsivo in tutte le sue sfaccettature. Quando hai capito che il tuo percorso poteva diventare uno strumento per altri, e quale impatto vorresti che avesse nei prossimi anni?
«Fare divulgazione su Instagram mi ha messa in contatto con tantissime persone che soffrono di DOC, molte delle quali non avevano ancora ricevuto una diagnosi o che magari per trovarla ci avevano messo anni. Da lì ho cominciato a cercare alcune dottoresse nel trattamento del DOC. Oggi il nostro lavoro si concentra soprattutto sulla divulgazione, abbiamo introdotto le sedute di psicoeducazione di gruppo. Sul sito di Doctore c’è anche un piccolo elenco di alcune professioniste che si occupano di DOC, perché è importante sapere che ci sono degli specialisti che possono aiutare. In futuro ci piacerebbe creare una vera e propria community tramite un forum monitorato da professionisti e organizzare eventi dal vivo, il modo migliore per far sentire le persone che non sono sole nel loro percorso».