Tagliato per vivere. Quando il coraggio diventa un’abitudine

Una storia fatta di passione, forza e tanto altruismo quella di Alessandro Colombo,
vittima nel 1997 di un incidente che gli ha cambiato la vita. Da lì il coraggio e la
determinazione di affrontare sfide e scelte che hanno reso infine un trauma la più grande
possibilità.

Una storia di passione la tua che comincia da lontano, quando eri ancora
bambino…
Esatto, a crescermi fino ai 12 anni fu mio nonno paterno, un reduce della Seconda Guerra
Mondiale, che mi raccontava sempre le terribili storie di privazione e di paura di quei
tempi. Forse è stato proprio a partire da quei racconti che ho coltivato la passione per il
mondo militare e ho deciso di arruolarmi. Era un po’ come se facendolo ritrovassi anche
lui. Facevo parte di un reparto, il 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, attivo
in operazioni finalizzate alla cattura di pericolosi latitanti ma anche di attività fuori area
come l’operazione internazionale in Ex Jugoslavia nel 96’ con il contingente NATO. È stata
una vita ottenuta con sacrificio perché entrare in quel reparto ha richiesto molti sacrifici e
tanto addestramento.

Poi tutto è cambiato nel 97’.
Sì, ero in licenza matrimoniale nel mio paese d’origine in provincia di Milano. Avrei dovuto
sposarmi solo qualche giorno dopo. Mentre mi trovavo in moto, un’auto non mi ha visto e
mi ha centrato perpendicolarmente colpendomi la gamba sinistra. Mi ha disarticolato il
ginocchio e fratturato tibia e perone. Mi sono trovato in pochi secondi a terra in una pozza
di sangue.

Da qui il coraggio di rialzarti e ripensarti professionalmente.
Con un po’ di interventi le cose fortunatamente andarono bene. Avevo la mentalità del
paracadutista, dovevo ritornare lì, nessuno poteva togliermi quello che avevo. Fu una
reazione di rabbia e durante tutta la riabilitazione era la convinzione che mi ha aiutato a
guarire bene. Poi però non ho potuto rientrare al reparto perché avevo una disabilità. Fu
allora che mi buttai nell’attività sportiva prima come amatore e poi nelle categorie riservate
ai disabili. Ho cominciato con il ciclismo, praticandolo dal 2000 al 2005. Poi per puro caso
ad una gara amatoriale mi ha notato qualcuno, fino ad arrivare nel 2008 alla convocazione
da parte della nazionale italiana di paraciclismo. Da lì è iniziata la mia nuova vita. Ho
dovuto ricostruirmi un lavoro. Sapevo fare il soldato ma non altro. Ho cominciato quindi a
reinventarmi professionalmente.

Nel 2019 però ad attenderti una nuova sfida
Esatto. Ho dovuto fare un intervento correttivo alla gamba sinistra che mi ha generato
delle complicanze gravi sviluppando un dolore neuropatico che mi sono tenuto per due
anni. Già dopo un anno in realtà ho cominciato a cercare una soluzione perché la qualità
di vita era pessima. Io dico sempre che quando soffri la sofferenza sta anche nelle
persone che ti stanno vicino andando a inficiare sulla qualità di vita di famiglia e amici.

Questo spesso è quello che non capisce la politica quando si parla di disabili. Il disabile ha
un sistema relazionale attorno. Migliorare la vita del disabile significa migliorare la vita di
tutte le persone che lo circondano.

Fu allora che pensasti per la prima volta all’amputazione?
Tra le soluzioni c’era anche questo ma molte equipe la escludevano protendendo verso
interventi conservativi pur non fornendo alcuna garanzia. In una tra le tante visite incontrai
il dottor Alexander Gardetto. Da qui l’idea di effettuare un intervento già utilizzato per
soggetti amputati, ossia un trapianto di nervo che serve ad eliminare completamente il
dolore da arto fantasma. Non era un intervento facile e sarei stato il primo a farlo da non
precedentemente amputato. Pensavo che non avrei saputo come sarebbe stato ma che
sapevo esattamente come volevo che fosse. La mia vita da amputato non avrebbe mai
potuto essere qualitativamente inferiore a quella che vivevo con quel dolore.

Per farlo però servivano fondi.
Esatto, da qui è nata l’idea del progetto “Tagliato per vivere” che poi si è trasformato in un
intervento sportivo e ora in una onlus. Dopo l’intervento mi hanno contattato in tanti, anche
ragazzini, che hanno paura di tagliare pur avendo interi arti paralizzati. Lo scopo del
progetto è oggi anche quello di offrire prima di tutto l’informazione, perché se manca
questo ti senti solo e perso.

Le cose da fare, a livello informativo e sanitario, sono insomma ancora molte.
Quello che mi stupisce è che la chirurgia offerta dal dottor Gardetto è una tecnica risolutiva
ma non lo sa nessuno. Nonostante l’eccellenza offerta da un’equipe europea, in grado di
cambiare totalmente la vita di una persona, questo intervento non è garantito dal Servizio
Sanitario Nazionale e mancano i medici formati a farlo. Non a caso una cosa che ho fatto
è stata quella di registrare, grazie alla sensibilità di una società leader della produzione di
filmati in realtà stereoscopica in soggettiva, l’intero intervento. In questo modo i medici
potrebbero avere tra le mani un video formativo in prima persona. Poi ci sono altri
problemi, tra cui i costi delle protesi per fare sport. Ad ogni modo la priorità sarebbe ora
quella di far conoscere la tecnica di Gardetto e che almeno in Trentino-Alto Adige, dove
opera, l’intervento possa essere convenzionato con Il Ssn Sarebbe una vera testa di
ponte a livello nazionale.

Oggi ti occupi di formazione e crescita professionale. Quanto della tua storia ti porti
dentro questa professione?
Moltissimo. Io sono la testimonianza che il cambiamento è continuo e che è importante
non resistergli. Riuscire a vedere il cambiamento che arriva quando possibile e capire
come andare e cosa farne senza respingerlo è fondamentale. È un po’ come l’onda per il
surfista o come la pendenza per lo sciatore. Solo attraversando il cambiamento si può
crescere davvero.

 

precedente

successivo