Dentro la solitudine

Dentro la solitudine

Giovani e solitudine, un viaggio Erasmus+ in Ungheria tra esperienze e riflessioni condivise

Ilaria Tonini 

Un’esperienza Erasmus+ in Ungheria diventa l’occasione per osservare da vicino il tema della solitudine e interrogarsi sul rapporto tra identità, relazioni e appartenenza. Tra arte, incontri e vita quotidiana, un percorso che apre domande più che risposte.

Dal progetto Erasmus+ all’esperienza condivisa in Ungheria

È stata proprio la solitudine il tema centrale del progetto Erasmus+ “Lake Lab: on loneliness and belonging” che si è tenuto nei pressi del lago di Orfü in Ungheria dal 15 al 19 di giugno.

Un gruppo di giovani tra i diciotto e i trent’anni provenienti da Italia, Grecia, Germania, Polonia e Ungheria hanno passato cinque giorni nella contea di Baranya per confrontarsi sul tema dell’isolamento e dell’appartenenza.

I partecipanti hanno preso parte ad attività creative e di gruppo, momenti di storytelling, art therapy, giochi, sport e laboratori per creare nuove connessioni e confrontarsi sulle proprie esperienze.

Si è partiti da attività di brainstorming, durante cui sono emersi alcuni aspetti che nutrono questo sentimento di solitudine.

Oltre alla pandemia del 2020, un tema centrale affrontato durante il workshop è stato il capitalismo, visto come sistema sociale che per l’appunto isola e crea disparità tra i componenti della società. 

C’è stato poi uno step più pratico: i giovani hanno riflettuto su quali strategie implementare per mitigare il problema dell’isolamento.

Il 18 giugno i ragazzi sono partiti per Pécs per mettere in atto alcune azioni concrete sul tema della lotta al bullismo. Alcuni sono andati tra le vie della città a intervistare i passanti, altri hanno ideato degli sticker da appiccicare in giro per il centro, altri ancora hanno preparato uno stand dove chiunque volesse poteva lasciare il proprio parere sull’argomento.

Quando la solitudine diventa immagine

“Gli ungheresi sono l’unico popolo in Europa che non ha parenti etnici o linguistici. Per questo sono i più solinghi del continente. Forse ciò spiega la peculiare intensità della loro esistenza: la solitudine senza speranza nutre la loro creatività”. Sono queste le parole che ha usato lo scrittore ungherese Arthur Koestler per descrivere i propri connazionali e il loro rapporto con l’arte.

L’isolamento ha inoltre ispirato la creazione della più famosa opera del pittore ungherese Tivadar Csontváry Kosztka, “Il Cedro Solitario”, olio su tela che risale al 1907.

Il quadro, che secondo alcuni critici potrebbe essere un autoritratto simbolico, rappresenta un singolo cedro libanese sulla sommità di una collina, la quale si affaccia su una vallata che si espande fino all’orizzonte.

“Il Cedro Solitario” è altamente allusivo e tuttora resta oggetto di analisi da parte di storici dell’arte e psicanalisti. È però evidente come ogni elemento del dipinto stia in un rapporto di armonia: ciascun dettaglio è pensato per aiutare l’osservatore ad ammirare intrepido l’eterno.

Quando la solitudine diventa esperienza personale

È stata una sfida con me stessa partire per l’Ungheria: era un po’ che non viaggiavo da sola e la prospettiva mi spaventava tanto.

A Orfü mi sono però sentita parte di un gruppo internazionale vivace che includeva persone dai background e dalle esperienze più disparate.

Ho anche potuto apprezzare i momenti di solitudine durante il viaggio, senza viverli come pesanti.

È bello come la lingua inglese abbia fatto da ponte tra ragazzi di culture e con storie diverse.

 

“La solitudine non è solo assenza di relazioni, ma uno spazio in cui impariamo a riconoscerci”
Ilaria Tonini 
“Condividere la solitudine è il primo passo per non sentirsi più soli”.
Ilaria Tonini 

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