E la disabilità intellettiva? sottorappresentata

Di Ilaria Tonini

Anche alle Paralimpiadi di Parigi è mancata la piena integrazione degli atleti con disabilità
intellettiva. La questione, su cui si dibatte ormai da anni, resta spinosa in quanto il Comitato
Paralimpico Internazionale impone dei criteri di qualifica che impediscono la partecipazione
effettiva di atleti con sindrome di Down.

Per capire appieno la necessità di applicare cambiamenti nella struttura dei Giochi Paralimpici
per garantire l’accesso a sportivi con questa disabilità, è doveroso fare un passo indietro e
tornare alle radici dell’evento quadriennale. Il primo a occuparsi del tema degli sport accessibili
fu Sir Ludwig Guttmann. Neurochirurgo all’ospedale di Stoke Mandeville nell’Inghilterra del
Dopoguerra, il medico credeva che lo sport fosse un elemento cardine nel percorso riabilitativo
del personale militare ferito. Il passo successivo fu fatto il 29 luglio 1948, data di inizio dei
Giochi Olimpici di Londra nonché della prima edizione dei Giochi di Stoke Mandeville. Alla
competizione, che ebbe luogo all’interno dell’ospedale, parteciparono pazienti con traumi alla
spina dorsale. Praticare sport, notò Guttmann, giovava più della terapia tradizionale agli ex
militari. Tra l’anno di fondazione dei Giochi di Stoke Mandeville e il 1952, all’evento presero
parte oltre centotrenta atleti. Col tempo, anche il Comitato Olimpico Internazionale (CIO)
riconobbe l’importanza dell’iniziativa premiando il fondatore dei Giochi con la Coppa di Sir
Thomas Fearnley. Il sogno di Guttmann di un evento internazionale si realizzò nel 1960 quando
i Giochi di Mandeville si tennero in un’edizione che fiancheggiava le Olimpiadi di Roma. Il
termine “Giochi Paralimpici” venne usato per la prima volta dal CIO nel 1984.

Le Paralimpiadi affondano dunque le loro radici nei concetti di inclusività e benessere
psicofisico. Ragione per cui escludere una categoria di atleti in questo contesto è sicuramente
un paradosso. Quello all’attività motoria è infatti un diritto di ciascuna persona, come sancisce
anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità.
All’articolo trenta del documento viene pertanto citata l’importanza di garantire la
“partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi e allo sport”. Secondo l’Anfass, uno
stile di vita attivo è uno dei pilastri del percorso evolutivo e dell’inclusione sociale delle persone
con disabilità intellettiva e del neurosviluppo. Lo sport non solo è fonte di piacere e divertimento,
ma grazie al suo lato agonistico è anche un efficace strumento educativo e di formazione. È
proprio l’attività fisica in quanto gioco istituzionalizzato che permette all’individuo di mettersi a
confronto con gli altri e autorealizzarsi, venendo a conoscenza al contempo dei propri limiti. La
partecipazione di atleti con disabilità è anche fondamentale per la sensibilizzazione al tema e
per abbattere le barriere costruite dal pregiudizio.
Nonostante le origini dei Giochi Paralimpici e gli evidenti benefici dell’attività motoria sulle
persone con disabilità, a Parigi gli atleti con disturbi intellettivi hanno avuto accesso a solo tre
discipline: nuoto, tennis da tavolo e atletica. La selezione dei partecipanti avviene infatti
secondo criteri ben precisi.

Le disabilità sono classificate in sette categorie: amputazione,
sordità, paralisi cerebrale, disabilità intellettive, sedia a rotelle, cecità e Les Autres, dove
vengono inclusi atleti non ammessi in nessuna delle categorie precedenti, come ad esempio
persone affette da nanismo o sclerosi multipla. A ogni sezione viene dato un codice, composto
da lettere e cifre numeriche. Più è alto il numero, meno è importante la discapacità. Gli atleti con
disabilità intellettiva presero parte per la prima volta ai Giochi Paralimpici solo nel 1996. Dopo il
2000, la categoria fu eliminata a causa di un caso di frode. Si scoprì infatti che nella squadra
maschile di basket che vinse l’oro alle Paralimpiadi di Sydney solo due giocatori avevano
disabilità. Il reinserimento della categoria è avvenuto gradualmente a partire dal 2009. Gli atleti
con sindrome di Down sono però tuttora esclusi: secondo il Comitato Paralimpico Internazionale
si tratta di una disabilità in eccesso che complica l’inclusione a causa degli elevati livelli di
prestazione. Secondo i dati, infatti, gli atleti con sindrome di Down ai Giochi Olimpici di Parigi
sono virtualmente impossibilitati a partecipare, viste le prestazioni migliori di altri paratleti con
disabilità intellettive. La soluzione sarebbe quella di aggiungere una nuova categoria solo per le
persone con trisomia 21. Tuttavia, il numero di atleti alle Paralimpiadi, stabilito dal
Comitato Olimpico, rende difficile il supplemento senza eliminare un’altra categoria. Per
colmare questa lacuna, nel 2016 sono nati i Trisome Games. Resta tuttavia
impensabile che dall’evento sportivo più importante del mondo sia tagliata fuori una
categoria di persone. È infatti incoerente che in un contesto come quello delle
Paralimpiadi, il cui comitato si fa portavoce di un messaggio di promozione
dell’inclusività, non ci si rimbocchi le maniche per trovare una soluzione.

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