Vivere la comunità: un luogo di crescita e confronto

Data: 12/02/24

Rivista: febbraio 2024

Categoria:Contesti e relazioni

Non è sempre facile creare relazioni, soprattutto all’interno di alcune professioni e contesti umani. Con questa nuova rubrica introduciamo alle difficoltà (e alle conquiste) di chi, ogni giorno, lavora per e con gli altri. A parlarcene qui Ambra Proto, educatrice di comunità. 

 

Uno spazio di paure e speranze

Vivere all’interno di una comunità educativa vuol dire far parte di un luogo ricco di gioie, paure, sfide quotidiane e un profondo investimento emotivo.  Spesso, nell’immaginario collettivo, essa rappresenta un posto che rimane nell’ombra, quasi sconosciuto e, i suoi ospiti, vengono investiti da giudizi insoliti e rappresentazioni errate. Si parla, d’altronde, di una casa nella quale educatori ed educatrici lavorano h24 con minori e giovani adulti, la cui famiglia non è in grado di provvedere al loro benessere. 

Come è facilmente intuibile, quindi, molte volte chi vive in comunità, si porta dentro un carico di domande e irrisolti, di conflitti e speranze, che deve imparare a gestire con maggiore fermezza e con figure di riferimento, con le quali non si condividono legami di sangue. La comunità educativa è un luogo di passaggio; non è un hotel, né il posto dove chi vi abita resterà tutta la vita. Essa è quello spazio dove è finalmente possibile iniziare un percorso di crescita e consapevolezza, valido per il presente e proiettato verso il futuro. Non è sempre facile svegliarsi da adolescente in una camera che prima era di altri e che un domani, chissà, ospiterà i sogni di un altro sconosciuto.   In una cucina nella quale la tua tazza fa compagnia a quelle di altre persone che diventeranno con il tempo, forse, amici. O forse no.  Non è semplice seguire regole ben precise che valgono per tutti, sapendo che chi ti dà quelle indicazioni non è tua madre, né tuo padre, né un fratello, nemmeno tua sorella né tantomeno i tuoi nonni.  Imparare a riconoscere e ad accettare l’autorevolezza – che non è l’autorità – di figure che non sono quelle con cui hanno a che fare, per esempio, i propri amici o compagni di scuola, è una grande sfida.  Questo comporta, in primis, comprendere di far parte di qualcosa che, pur apparentemente fuori dalla normalità di altri, ha un grande valore educativo e supportivo per la propria persona. Tuttavia, a volte, all’interno di una comunità educativa ci sono ragazzi e/o ragazze che scelgono consapevolmente di entrare a far parte di quella rete.  Che sanno scegliere quindi,  in base alla situazione familiare, qual è il meglio per loro.  Certamente, non senza un supporto di riferimento, quali figure di diverso tipo come psicologi e assistenti sociali, ma essendo in prima persona artefici della propria scelta. 

Erroneamente da come si potrebbe pensare, questi giovani, hanno un carico di difficoltà emotiva e domande non indifferenti. Che la scelta sia spontanea o meno, infatti, si tratta pur sempre di un allontanamento per un determinato periodo, dalla propria casa e dai propri affetti. Un distacco che comporta, quindi, l’affrontare non solo la propria adolescenza, il più delle volte, ma anche tutta l’altra parte di gestione pratica e giornaliera, oltre che emotiva.  Essere lontani dalle cure quotidiane della propria famiglia, significa crescere insieme a chi vive in comunità con te. Vuol dire imparare a sentirsi parte, a condividere e ad affrontare i momenti tristi senza vergognarsi delle proprie fragilità. 

 

L’educatore di comunità come figura di riferimento

Essere educatore ed educatrice di comunità vuol dire crescere ed imparare con i ragazzi. Infatti, questa figura per loro, rappresenta l’adulto che non hanno mai avuto a loro fianco, o che hanno per pochi giorni a settimana. 

Vi sono ragazzi che vivono in comunità come residenziali – e quindi h24 sette giorni su sette -, altri che tornano a casa durante i weekend e altri ancora che sono diurni. Questi ultimi arrivano in comunità alcuni pomeriggi a settimana, per fare i compiti e relazionarsi ed infine, verso la sera, tornano nelle loro case.  Qualsiasi sia la modalità con la quale ci si approccia ad una comunità educativa, interfacciarsi con l’educatore è alla base. Egli infatti, è una figura cardine della comunità, quella che gestisce fatiche e risorse dei giovani e che li accompagna, senza pretese, a comprendere quali potrebbero essere le decisioni migliori. L’educatore di comunità ha il grande compito di non sostituirsi alla figura materna o paterna, ma di restare a fianco di quei ragazzi, in maniera dolce ed assertiva.  Deve cercare, quindi, di stringere rapporti basati sulla fiducia reciproca, non senza dimenticare che il legame affettivo non può e non deve superare certi limiti.  Questi ultimi, tuttavia, nessuno glieli insegna e spesso risulta difficile mantenere un distacco, specie quando, dall’altro lato, quei ragazzi riversano sull’educatore il loro profondo bisogno di essere amati ed ascoltati.

Vivere in comunità è un gioco di equilibri, dove si impara a gestire la frustrazione e dove, ultimo ma non meno importante, si impara a non sentirsi in dovere di salvare nessuno.  Si impara l’arte della vicinanza, con il giusto distacco e con il giusto grado di affetto che, alla fine, insegnano a non sentirsi eroi, ma solo esseri umani. 

 

Foto: pixabay.com 

 

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